Lo sviluppo dell’autoregolazione attraverso il linguaggio

A cura della dott.ssa Alessia Bandettini – Psicologa –

Torniamo a parlare di autoregolazione!

Abbiamo già visto che quando parliamo di autoregolazione facciamo riferimento alla capacità di regolare se stessi e di conseguenza il proprio comportamento, i propri pensieri e le proprie emozioni. Abbiamo anche visto che la capacità di autoregolazione migliora con la crescita. Infatti si verificano progressi significativi tra i 3 e i 6 anni.

Ma come avviene lo sviluppo dell’autoregolazione nei bambini più piccoli? Ci sono altre capacità che hanno a che fare con il suo sviluppo?

Ci sono tanti elementi che influenzano lo sviluppo dell’autoregolazione. Oggi però ne approfondiamo uno in particolare. Infatti sembra che lo sviluppo dell’autoregolazione sia strettamente connesso al linguaggio. Il bambino, infatti, in un primo momento si regola grazie ai comandi linguistici dei genitori (o di altre figure significative). In assenza di essi, il bambino non è in grado di regolarsi da solo. Quando diciamo a un bimbo molto piccolo (nel primo anno di vita) di non toccare qualcosa, lui (o lei) riesce a controllare il proprio comportamento solo nel momento in cui il comando è pronunciato e il genitore è presente. Mentre quando il bambino resta solo, non è in grado di rievocare l’indicazione e quindi di seguirla. Se in queste situazioni i bambini ci disubbidiscono, quindi, non è per dispetto, ma semplicemente perché le capacità di autoregolazione necessarie non sono ancora sufficientemente sviluppate.

Seconda fase dello sviluppo dell’autoregolazione

In un secondo momento, che va da 1 a 4/5 anni, il bambino inizia a fare suoi i comandi espressi abitualmente dagli adulti significativi e li usa per regolarsi autonomamente; per farlo, si serve del “linguaggio autodiretto”: il bimbo pianifica ad alta voce le sue attività (es: “adesso metto a posto la macchinina”) e, sempre a voce alta, esplicita divieti e proibizioni (es: “no, questo non si fa”). In questo modo si aiuta nella regolazione del proprio comportamento e delle proprie emozioni. Se ci pensiamo, capita anche a noi a volte di usare la nostra voce per regolarci, soprattutto nei momenti in cui siamo più stanchi.

Infine, verso i 5-6 anni il linguaggio autodiretto viene progressivamente interiorizzato: il bambino non ha più bisogno di parlare ad alta voce per regolarsi.

L’aspetto interessante è che l’autoregolazione inizia a svilupparsi grazie all’uso del linguaggio. Soprattutto all’interno di relazioni sociali significative con i genitori o con altre figure significative. Quindi per una buona autoregolazione è importante una buona relazione (oltre alla componente linguistica).

Lesione della Cuffia dei Rotatori

Cos’è la Lesione della Cuffia dei Rotatori?

La lesione della cuffia dei rotatori è una condizione che coinvolge i muscoli e i tendini della cuffia dei rotatori, un gruppo di quattro muscoli che stabilizzano e permettono il movimento della spalla. Questi muscoli includono il sovraspinoso, il sottoscapolare, il sottospinato e il piccolo rotondo, insieme ai rispettivi tendini che si uniscono per formare la cuffia dei rotatori. La lesione della cuffia dei rotatori può variare in gravità, da una semplice infiammazione dei tendini (tendinite) a una rottura parziale o completa dei tendini stessi.

Cos’è la Cuffia dei Rotatori?

La cuffia dei rotatori è un gruppo di quattro muscoli e relativi tendini che stabilizzano e consentono il movimento della spalla. Questi muscoli e tendini lavorano insieme per aiutare a mantenere la testa dell’omero (l’osso del braccio) allineata all’interno della cavità della spalla durante il movimento. La cuffia dei rotatori è cruciale per la funzione normale della spalla e per il corretto movimento del braccio.

I quattro muscoli della cuffia dei rotatori sono:

  1. Il muscolo sovraspinoso: Si trova nella parte superiore della spalla e aiuta ad abdurre (sollevare lateralmente) il braccio.
  2. Il muscolo sottoscapolare: Situato sulla parte anteriore della spalla, contribuisce alla rotazione interna del braccio.
  3. Il muscolo sottospinato: Localizzato sulla parte posteriore della spalla, aiuta nella rotazione esterna del braccio.
  4. Il muscolo piccolo rotondo: Anch’esso situato sulla parte posteriore della spalla, assiste nella rotazione esterna del braccio.

Questi muscoli si uniscono per formare i tendini della cuffia dei rotatori, che si attaccano all’omero e forniscono stabilità alla spalla durante il movimento. La cuffia dei rotatori è coinvolta in una vasta gamma di attività quotidiane, come sollevare, spingere, tirare e ruotare il braccio.

Qual è il Compito della Cuffia dei Rotatori?

Il compito principale della cuffia dei rotatori è quello di coordinare i movimenti della spalla.

Questi muscoli lavorano sinergicamente per garantire una corretta biomeccanica della spalla durante i movimenti e per prevenire lesioni o instabilità articolare. Inoltre, la cuffia dei rotatori contribuisce a mantenere la testa dell’omero centrata nella cavità glenoidea durante il movimento, migliorando così la stabilità articolare e riducendo il rischio di sfregamento o attrito dei tessuti molli nella spalla

Quali Tipi di Lesione della Cuffia dei Rotatori si Può Verificare?

Le lesioni della cuffia dei rotatori possono variare in gravità e possono includere diversi tipi di danni ai muscoli o ai tendini che compongono la cuffia dei rotatori. Alcuni dei tipi più comuni di lesioni della cuffia dei rotatori includono:

  1. Rottura parziale della cuffia dei rotatori: In questa condizione, parte dei tendini della cuffia dei rotatori si rompe o si strappa, ma non completamente. Questo può causare dolore e compromettere la funzione della spalla, anche se il movimento può ancora essere possibile a seconda della gravità della rottura.
  2. Rottura completa della cuffia dei rotatori: Questa è una rottura completa di uno o più tendini della cuffia dei rotatori. Può essere causata da traumi acuti o da danni progressivi nel tempo. Una rottura completa della cuffia dei rotatori può causare dolore grave, debolezza muscolare e significativa limitazione del movimento della spalla.

Quali Possono Essere le Cause?

Quale Specialista Effettua la Diagnosi?

La diagnosi delle lesioni della cuffia dei rotatori può essere effettuata da diversi specialisti, tra cui:

  1. Ortopedico: Gli ortopedici sono medici specializzati nelle patologie e nei trattamenti muscolo-scheletrici, comprese le lesioni della cuffia dei rotatori. Possono eseguire esami fisici dettagliati, valutare la storia clinica del paziente e richiedere esami di imaging come radiografie, ecografie o risonanze magnetiche per confermare la diagnosi e valutare l’estensione della lesione.
  2. Il fisiatra: il fisiatra è un medico specializzato nella gestione non chirurgica delle patologie muscolo-scheletriche e neurologiche, comprese le lesioni ortopediche come quelle della cuffia dei rotatori. Il fisiatra può contribuire alla diagnosi delle lesioni della cuffia dei rotatori attraverso l’esame fisico, la valutazione dei sintomi e l’interpretazione di esami di imaging come radiografie, ecografie e risonanze magnetiche. Possono anche prescrivere terapie conservative come la fisioterapia, le iniezioni di corticosteroidi per ridurre l’infiammazione e il dolore, e altre modalità di gestione del dolore e della riabilitazione. Inoltre, il fisiatra può lavorare in stretta collaborazione con altri specialisti come gli ortopedici, i fisioterapisti e i terapisti occupazionali per fornire un approccio completo e multidisciplinare alla diagnosi e al trattamento delle lesioni della cuffia dei rotatori. L’obiettivo principale del fisiatra è quello di migliorare la funzione e la qualità della vita del paziente attraverso terapie conservative e interventi mirati alla riabilitazione.

Qual è il Trattamento più Efficace?

Il trattamento più efficace per le lesioni della cuffia dei rotatori dipende dalla gravità della lesione, dai sintomi del paziente e dalle sue esigenze individuali. In generale, il trattamento può essere suddiviso in due categorie principali: trattamenti conservativi e interventi chirurgici. Di seguito sono riportate le opzioni di trattamento più comuni:

  1. Trattamenti conservativi:
    • Fisioterapia: Gli esercizi di rafforzamento e stretching mirati possono aiutare a migliorare la forza, la stabilità e la flessibilità della spalla, riducendo così il dolore e migliorando la funzione.
    • Terapia fisica: l’utilizzo di elettromedicali di terapia fisica come la tecarterapia, le onde d’urto, la terapia combinata Tecar Sin200 e gli ultrasuoni è fondamentale per ottenere un effetto antalgico/antinfiammatorio della zona trattata.
    • Terapia farmacologica: L’uso di farmaci antidolorifici e antiinfiammatori può contribuire a ridurre il dolore e l’infiammazione associati alle lesioni della cuffia dei rotatori.
    • Iniezioni di corticosteroidi: Le iniezioni di corticosteroidi direttamente nella spalla possono ridurre l’infiammazione e alleviare il dolore, sebbene gli effetti possano essere temporanei.
    • Terapie manuali: Massaggio terapeutico, manipolazione articolare e altre terapie manuali possono contribuire a ridurre il dolore e migliorare la mobilità della spalla.
  2. Interventi chirurgici:
    • Artroscopia della cuffia dei rotatori: In casi di lesioni gravi o rotture complete dei tendini. Può essere necessario un intervento chirurgico per riparare la cuffia dei rotatori. Questo può essere fatto tramite un’approccio artroscopico, che comporta piccole incisioni e una ripresa più rapida rispetto all’intervento chirurgico tradizionale a cielo aperto.
    • Chirurgia a cielo aperto: In alcuni casi più complessi o gravi, può essere necessario un intervento chirurgico a cielo aperto per riparare la cuffia dei rotatori. Questo può essere raccomandato se ci sono lesioni estese o altri fattori che rendono l’intervento artroscopico meno adatto.

La scelta del trattamento dipende da diversi fattori, tra cui la gravità della lesione, l’età e lo stato di salute del paziente, le sue attività e il livello di attività fisica. È importante consultare un medico specializzato per una valutazione accurata e un piano di trattamento personalizzato.

Cos’è l’autoregolazione

A cura della dott.ssa Alessia Bandettini – Psicologa –

Ogni giorno, per qualunque attività svolgiamo, l’ambiente esterno ci richiede di regolare le nostre emozioni, il nostro comportamento e i nostri processi cognitivi in funzione delle sue richieste. Queste richieste possono essere le più disparate: rimanere attenti in classe durante una lezione noiosa, restare calmi in una situazione che ci fa arrabbiare, aspettare il proprio turno prima di parlare, fare una strada alternativa quando quella che percorriamo di solito per andare in ufficio è chiusa per lavori… Tutto questo è reso possibile dalla nostra capacità di autoregolazione.

Ma che cos’è l’autoregolazione? L’autoregolazione, come si può intuire dalla parola stessa, è la capacità di regolare se stessi, quindi il proprio comportamento, le emozioni e il funzionamento cognitivo, al fine di raggiungere un obiettivo di interesse. Attenzione, avere una buona autoregolazione non significa essere rigidi e controllati, ma semplicemente poter interagire con l’ambiente in maniera “libera”, senza essere sopraffatti dagli impulsi e dagli automatismi.

Autoregolarsi, però, può essere faticoso, richiede risorse. Dopo un’intera giornata di lavoro o di lezioni siamo più stanchi e può essere difficile rimanere concentrati o non dare una rispostaccia a chi ci infastidisce. E se è così difficile per noi adulti, che siamo “allenati” da tutta la vita, pensiamo un po’ per i bambini! L’autoregolazione, infatti, migliora con la crescita: da un lato, l’area del cervello responsabile di queste capacità (la corteccia prefrontale) continua a svilupparsi fino all’adolescenza, con un conseguente miglioramento delle abilità che controlla e un incremento delle risorse disponibili; dall’altro, grazie all’esperienza e all’interazione con gli adulti e con i pari, il bambino impara sempre nuove strategie per regolarsi meglio. Oltretutto, le capacità di autoregolazione possono essere ulteriormente stimolate e potenziate attraverso attività specifiche. Altri fattori che possono influenzare lo sviluppo dell’autoregolazione, in positivo e in negativo, sono anche il tipo di educazione ricevuta (per esempio, uno stile educativo troppo rigido e coercitivo paradossalmente può peggiorare l’autoregolazione del bambino), l’ambiente familiare e scolastico e lo status socioeconomico (spesso a status socio-economico basso possono corrispondere inferiori capacità di autoregolazione, soprattutto nel caso in cui il bambino non riceva abbastanza stimoli). Ovviamente nessuno di questi fattori è determinante nello sviluppo dell’autoregolazione in maniera causale, ma possono incidere come fattori di rischio o di protezione.

É interessante sapere anche che i progressi più significativi si hanno tra i 3 e i 6 anni e che le abilità apprese in questa fascia d’età hanno un’influenza su diverse aree (come ad esempio quella scolastica) anche in età più avanzata. Saperlo ci può aiutare a sostenere al meglio lo sviluppo dell’autoregolazione nei nostri bambini!

Lesione del Legamento Crociato Anteriore (LCA)

Cosa si Intende per Lesione del Legamento Crociato Anteriore?

Una lesione del legamento crociato anteriore (LCA) è un danno al legamento crociato anteriore, uno dei principali legamenti presenti nell’articolazione del ginocchio. Questo legamento è responsabile della stabilizzazione del ginocchio e del controllo del movimento di avanti e indietro della tibia rispetto al femore. Le lesioni del legamento crociato anteriore possono variare in gravità da lievi stiramenti a rottura parziale o completa del legamento.

Le Cause Comuni di Lesioni del LCA Includono

I Sintomi di una Lesione del LCA possono includere:

Il trattamento dipende dalla gravità della lesione, dall’età del paziente, dal livello di attività e da altri fattori.

Le opzioni di trattamento possono includere:

La scelta del trattamento dipende dalle esigenze individuali del paziente, dalle sue attività e dal livello di impegno nel recupero.

Anatomia del Legamento Crociato Anteriore

Il LCA è uno dei due principali legamenti che stabilizzano l’articolazione del ginocchio. Questo legamento attraversa il ginocchio diagonalmente dall’area anteriore della tibia all’area posteriore del femore. Ecco un’analisi più dettagliata dell’anatomia:

In sintesi, il legamento crociato anteriore è un importante componente dell’articolazione del ginocchio, essenziale per la stabilità, la funzionalità e il controllo del movimento. La sua anatomia e funzione devono essere considerate attentamente nella diagnosi e nel trattamento delle lesioni del ginocchio.

Cosa Fare Quando Abbiamo Avuto un Evento Traumatico di Questo Tipo?

Se hai subito un evento traumatico che potrebbe aver causato una lesione al legamento crociato anteriore, è importante agire prontamente e seguire determinati passaggi per gestire correttamente la situazione. Ecco cosa fare:

Valutazione Medica

Cerca assistenza medica il prima possibile. Rivolgiti a un medico, preferibilmente un ortopedico o un fisiatra, per una valutazione accurata. Il medico esaminerà il ginocchio, raccoglierà la tua storia clinica e potrebbe richiedere esami diagnostici come una risonanza magnetica.

RICE (Riposo, Ghiaccio, Compressione, Elevazione)

Nei primi giorni dopo l’infortunio, segui il protocollo RICE per ridurre il gonfiore e l’infiammazione e alleviare il dolore:

Utilizzo di Ausili

Potrebbe essere utile utilizzare ausili come stampelle per alleviare il peso dal ginocchio colpito e fornire sostegno durante la deambulazione. Segui le indicazioni del medico sull’uso appropriato di tali ausili.

Controllo del Dolore

Segui le indicazioni del medico sull’assunzione di farmaci antidolorifici da banco o prescritti per alleviare il dolore e il disagio associati all’infortunio.

Fissaggio e Supporto

A seconda della gravità della lesione e dei sintomi, il medico potrebbe consigliare l’utilizzo di tutori o bendaggi per fornire sostegno al ginocchio e limitare i movimenti che possono aggravare la lesione.

Programma di Riabilitazione

Dopo una valutazione completa e una diagnosi confermata, lo specialista prescriverà un programma di riabilitazione personalizzato per migliorare la forza muscolare, la flessibilità e la stabilità del ginocchio. Seguire attentamente il programma di riabilitazione è essenziale per recuperare la piena funzionalità del ginocchio e prevenire ricadute.

Discussione delle Opzioni di Trattamento

Se la lesione del LCA è confermata, il medico discuterà con te le opzioni di trattamento disponibili. Fai tutte le domande necessarie per comprendere appieno le opzioni di trattamento e prendi una decisione informata insieme al tuo medico.

Ricorda sempre di seguire attentamente le indicazioni del medico e di non tentare di autodiagnosticare o autotrattare una lesione al legamento crociato anteriore. Un trattamento tempestivo e appropriato può contribuire a un recupero più rapido e completo.

Quali sono le Cause della Lesione del Legamento Crociato Anteriore?

La lesione al LCA può essere causata da diversi fattori, che possono essere suddivisi in cause traumatiche e non traumatiche. Ecco un’analisi delle cause più comuni:

Traumatiche:

Non Traumatiche:

In generale, una combinazione di fattori può contribuire al verificarsi di una lesione del legamento crociato anteriore. È importante riconoscere questi fattori di rischio e adottare misure preventive appropriate, come esercizi di rafforzamento muscolare, programmi di allenamento specifici e attenzione alla tecnica di movimento, per ridurre il rischio di lesioni del LCA.

Qual è il Protocollo Riabilitativo della Lesione al Legamento Crociato Anteriore Post-Intervento Chirurgico?

Il protocollo riabilitativo dopo intervento chirurgico per questo tipo di lesione è fondamentale per il recupero ottimale della funzione del ginocchio e per minimizzare il rischio di complicazioni. Di seguito è riportato un esempio generale di protocollo riabilitativo post-chirurgico per la ricostruzione del LCA:

Fase 1: Fase Acuta (0-2 settimane)

Fase 2: Fase Subacuta (2-6 settimane)

Fase 3: Fase di Rafforzamento (6-12 settimane)

Fase 4: Ritorno all’Attività (12 settimane e oltre)

È importante seguire attentamente le indicazioni del chirurgo ortopedico e del fisioterapista durante tutto il processo di riabilitazione per assicurarsi che il ginocchio guarisca correttamente e che il paziente possa tornare in sicurezza alle attività quotidiane e sportive.

Ecco Perché Dovresti Considerare di Affidarti al Centro Colombo Genova

Specialisti Esperti

Il nostro team di ortopedici e fisioterapisti è composto da professionisti altamente qualificati e con anni di esperienza nel trattamento delle lesioni del LCA. Siamo dedicati a fornire cure personalizzate e mirate per soddisfare le tue esigenze specifiche.

Approccio Multidisciplinare

Presso il Centro Colombo, adottiamo un approccio multidisciplinare alla gestione delle lesioni del LCA, integrando la consulenza ortopedicafisiatricapodologicaosteopatica, con programmi di riabilitazione su misura. Questo ci consente di fornire un trattamento completo.

Tecnologie all’Avanguardia

Utilizziamo le tecnologie e le metodologie più avanzate nel campo dell’ortopedia e della riabilitazione per garantire risultati migliori e tempi di recupero più rapidi per i nostri pazienti.

Attenzione Personalizzata

Ci impegniamo a offrire un servizio centrato sul paziente. Impieghiamo il tempo necessario per ascoltare le tue preoccupazioni, rispondere alle tue domande e sviluppare un piano di trattamento personalizzato che si adatti alle tue esigenze individuali.

Conclusioni

Se hai recentemente subito un infortunio al ginocchio o sospetti di aver lesionato il legamento crociato anteriore, ti invitiamo a rivolgerti agli specialisti del Centro Colombo. Riceverai cure ortopediche e riabilitazione di alta qualità. Offriamo una gamma completa di servizi che coprono ogni fase del percorso di cura, dal momento della diagnosi al recupero completo.

Il Piede Diabetico

Il piede diabetico è una complicanza cronica del diabete mellito, una condizione in cui livelli elevati di zucchero nel sangue possono danneggiare i nervi e i vasi sanguigni, specialmente nelle gambe e nei piedi. Il piede diabetico è una delle complicanze più comuni e potenzialmente gravi del diabete.

Le persone con diabete possono sviluppare diverse complicazioni ai piedi a causa di danni ai nervi (neuropatia diabetica) e ai vasi sanguigni (vasculopatia diabetica). Questi danni possono causare una serie di problemi, inclusi:

La prevenzione è fondamentale per evitare le complicazioni del piede diabetico. Questo include mantenere un buon controllo del glucosio nel sangue, ispezionare regolarmente i piedi per lesioni o anomalie, mantenere una buona igiene del piede e indossare calzature adatte. In caso di problemi ai piedi, è importante consultare immediatamente un medico o un podologo per la valutazione e il trattamento appropriati.

Chi Tratta il Piede Diabetico?

Il piede diabetico viene trattato principalmente da un team multidisciplinare di professionisti sanitari, ma uno dei professionisti chiave coinvolto nella gestione del piede diabetico è il podologo. Il podologo è un professionista sanitario specializzato nel trattamento dei problemi del piede, inclusi quelli derivanti dal diabete.

Il ruolo del podologo nel trattamento del piede diabetico comprende diverse attività, tra cui:

Inoltre, il team di gestione del piede diabetico può includere anche medici diabetologi, chirurghi vascolari, infermieri specializzati, ortopedici e fisioterapisti. Una gestione integrata e coordinata è essenziale per garantire il miglior risultato possibile nella prevenzione e nel trattamento delle complicanze del piede diabetico.

Sintomatologia del Piede Diabetico

Il piede diabetico può manifestare diversi sintomi e segni che richiedono attenzione e trattamento. Ecco alcuni dei sintomi più comuni associati al piede diabetico:

È importante sottolineare che molte persone con piede diabetico possono non avvertire sintomi finché la condizione non diventa grave. Per questo motivo, è fondamentale che le persone con diabete prestino particolare attenzione alla salute dei loro piedi, eseguendo regolarmente l’autoesame e consultando un medico o un podologo in caso di segni di allarme o cambiamenti nei piedi. La prevenzione e la gestione precoce sono cruciali per evitare complicanze gravi del piede diabetico.

L’Importanza della Prevenzione

La prevenzione del piede diabetico è essenziale per ridurre il rischio di complicanze e migliorare la qualità della vita delle persone con diabete. Ecco alcuni suggerimenti per prevenire il piede diabetico:

Seguire queste linee guida e adottare uno stile di vita sano può contribuire significativamente a prevenire il piede diabetico e ridurre il rischio di complicanze correlate. È importante consultare regolarmente un medico o un podologo per valutare la salute dei piedi e ricevere consigli personalizzati sulla prevenzione del piede diabetico.

A cura della dott.ssa Nicoleta Iana – podologo

Capsulite Adesiva (Spalla Congelata): Cause, Sintomi e Trattamento Fisioterapico

Cos’è la Capsulite Adesiva?

La capsulite adesiva, conosciuta anche come spalla congelata, è una condizione infiammatoria che coinvolge la capsula articolare della spalla. Si manifesta con una progressiva rigiditàdolore persistente e una marcata limitazione dei movimenti articolari.

La capsula articolare si ispessisce e si restringe, riducendo drasticamente lo spazio disponibile per il movimento. Questo processo può durare mesi o persino anni, compromettendo in modo significativo la qualità della vita del paziente.

Cause e Fattori di Rischio

Sebbene le cause esatte non siano completamente comprese, diversi fattori possono contribuire allo sviluppo della capsulite adesiva:

È importante sottolineare che l’immobilità, anche conseguente a un intervento chirurgico o a una frattura, rappresenta uno dei principali fattori scatenanti.

Sintomi della Capsulite Adesiva

La spalla congelata si sviluppa solitamente in tre fasi distinte:

1. Fase Infiammatoria (“Freezing”)

2. Fase Rigida (“Frozen”)

3. Fase di Recupero (“Thawing”)

Altri sintomi comuni comprendono:

Come si Diagnostica la Capsulite Adesiva?

La diagnosi della spalla congelata si basa su:

Una diagnosi precoce è fondamentale per avviare il corretto percorso terapeutico ed evitare complicanze a lungo termine.


Il Ruolo Fondamentale della Fisioterapia nella Capsulite Adesiva

La fisioterapia rappresenta il cardine del trattamento conservativo nella capsulite adesiva. Un approccio mirato e graduale permette di:

Vediamo nel dettaglio come si sviluppa il percorso fisioterapico alla FisioClinic del Centro Colombo Genova.

Valutazione Iniziale Personalizzata

Ogni paziente viene sottoposto a un’attenta valutazione fisioterapica per definire:

Questa fase è cruciale per costruire un piano riabilitativo personalizzato e progressivo.

Stretching e Mobilizzazione Articolare

Uno degli obiettivi principali è migliorare la flessibilità della spalla attraverso:

Le mobilizzazioni specifiche, come quelle di scivolamento capsulare, sono fondamentali per ridurre l’adesione dei tessuti.

Terapia Manuale

La terapia manuale comprende tecniche come:

Queste tecniche favoriscono il rilassamento dei tessuti contratti e il miglioramento della vascolarizzazione locale.

Terapie Fisiche Strumentali

L’uso di elettromedicali di ultima generazione rappresenta un potente alleato per il controllo del dolore e dell’infiammazione:

Queste terapie, integrate nella fisioterapia attiva, accelerano il recupero funzionale.

Esercizi di Rieducazione Funzionale

Man mano che la spalla recupera mobilità, vengono introdotti esercizi mirati a:

Esercizi come il pendolo di Codman, le rotazioni passive e gli esercizi isometrici sono progressivamente adattati alle capacità del paziente.


Altri Approcci: Terapia Infiltrativa

Nei casi in cui il dolore sia particolarmente severo, può essere considerato il supporto della terapia infiltrativa con corticosteroidi.

Questa opzione, da valutare attentamente con il medico specialista, permette di:

Tuttavia, va ricordato che la terapia infiltrativa non sostituisce la fisioterapia, ma la completa.


Perché Scegliere la FisioClinic del Centro Colombo Genova

Presso la FisioClinic del Centro Colombo Genova, i pazienti con spalla congelata possono contare su:

Il nostro obiettivo è restituire al paziente il massimo della mobilità e della qualità di vita, attraverso un approccio umano, competente e orientato al risultato.


Conclusioni

La capsulite adesiva è una condizione complessa, ma con un trattamento fisioterapico mirato e precoce, è possibile ottenere grandi miglioramenti.

Se stai vivendo sintomi di dolore e rigidità alla spalla, contattaci per una valutazione specialistica: il team della FisioClinic del Centro Colombo Genova ti accompagnerà passo dopo passo nel tuo percorso di recupero.

Sei una persona assertiva?

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – psicologa –

L’assertività è una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

Secondo gli psicologi statunitensi Alberti ed Emmons, si definisce come un comportamento che permette a una persona di agire nel proprio pieno interesse, di difendere il proprio punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i propri diritti senza ignorare quelli altrui.

Per comportamento assertivo o affermativo si intende un comportamento sociale che implica un’onesta espressione dei propri sentimenti, bisogni, preferenze, opinioni, critiche, etc., in modo socialmente adeguato e senza imbarazzo o sentimenti di colpa.

La persona assertiva agisce per ottenere ciò che desidera e ritiene opportuno per sé, pur rispettando i diritti (e non necessariamente i desideri) degli altri. Ha poca ansia o imbarazzo nei rapporti con le altre persone, e conserva una buona opinione di sé, anche quando non riesce a raggiungere il proprio obiettivo (non si denigra, non mette in discussione il proprio valore, anche se ha un episodio di “fallimento”, o non successo).

Possiamo considerarci assertivi se:

1. Sappiamo riconoscere ed esprimere le nostre emozioni

2. Siamo onesti con noi stessi e con gli altri

3. Viviamo relazioni in modo aperto e disponibile

4. Rispettiamo la nostra salute

5. Accettiamo il punto di vista altrui

6. Non giudichiamo

7. Non inferiorizziamo o colpevolizziamo gli altri

8. Ascoltiamo gli altri, ma decidiamo in modo autonomo

9. Siamo pronti a cambiare la nostra opinione (non siamo rigidi)

10. Non permettiamo agli altri di manipolarci

11. Non pretendiamo che gli altri si comportino come fa piacere a noi

12. Ricerchiamo la collaborazione di altre persone

13. Ci autovalutiamo in modo adeguato

14. Abbiamo una buona stima di noi stessi

15. Abbiamo un buon senso di autoefficacia.

La persona passiva tende a inibire le proprie emozioni (rabbia, affetto, scontentezza, gioia, amore, etc.) a causa di momenti di imbarazzo, di tensione (ansia), o di sentimenti di colpa.

Si sente spesso “oppressa” e intimorita dagli altri e si scusa eccessivamente, anche quando non è il caso.

E’ inoltre spesso depressa, ha un basso concetto di sé o si vede in balia degli altri.

Il risultato è che una persona che si comporta in maniera passiva difficilmente riesce a soddisfare un suo bisogno e/o desiderio, ad instaurare rapporti con gli altri, a dire la sua opinione, ad accettare un complimento senza sminuirlo, etc.

Possiamo considerarci passivi se:

1. Subiamo gli altri

2. Abbiamo difficoltà nel fare richieste

3. Abbiamo difficoltà nel rifiutare richieste, non riusciamo a dire di “no”

4. Abbiamo difficoltà nel fare o accettare complimenti

5. Abbiamo difficoltà nel comunicare agli altri ciò che pensiamo

6. Abbiamo difficoltà nel comunicare agli altri i nostri sentimenti o ciò che proviamo

7. Cerchiamo di evitare il conflitto

8. Abbiamo difficoltà nel prendere decisioni

9. Abbiamo spesso paura di sbagliare

10. Dipendiamo dal giudizio altrui

11. Abbiamo bisogno dell’approvazione altrui

12. Ci scusiamo spesso anche quando non è il caso

13. Proviamo disagio in presenza di persone che non conosciamo bene

14. Dopo aver “aggredito” una persona, ci sentiamo in colpa

La persona che si comporta in maniera aggressiva riesce spesso a realizzare i suoi desideri, ma a spese degli altri, rovinando così il suo rapporto con loro.

Con più frequenza di altre persone cerca di risolvere situazioni problematiche con la violenza (verbale e fisica), mettendo così a disagio gli altri o offendendoli.

Lascia poco spazio agli altri e tende, anche inavvertitamente, ad imporsi in continuazione. Non ammette quasi mai di avere torto. Le sue “esplosioni” ripetute ne fanno una persona molto spesso evitata dagli altri e, dato il suo scarso successo sociale, una persona generalmente insoddisfatta di sé.

Possiamo considerarci aggressivi se:

1. Vogliamo che gli altri si comportino come fa piacere a noi

2. Non modifichiamo la nostra opinione su qualcuno o qualche cosa

3. Ci capita spesso di scegliere per gli altri senza ascoltare il parere dei diretti interessati

4. Prevarichiamo, dominiamo e manipoliamo

5. Siamo ostili in modo imprevedibile

6. Non accettiamo di poter sbagliare

7. Non chiediamo “scusa” per un nostro eventuale errato comportamento

8. Non ascoltiamo gli altri mentre parlano

9. Manchiamo di obiettività nell’esprimere pareri e valutazioni

10. Non riconosciamo i meriti altrui

11. Interrompiamo frequentemente il nostro interlocutore

12. Giudichiamo gli altri e/o li critichiamo

13. Usiamo “strategie colpevolizzanti o inferiorizzanti”

14. Ci consideriamo i “migliori”

15. Abbiamo scarsa fiducia e stima dei nostri interlocutori, siano essi figli, partner o colleghi.

Shopping compulsivo

A cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa e Psicoterapeuta –

Quando comprare diventa una dipendenza

Lo shopping compulsivo fa parte di quelle che vengono chiamate “nuove dipendenze” . Tale dipendenza dagli acquisti, definita anche come Compulsive Buying Sindrome (CBS), è un disturbo in cui la patologia non risiede nell’atto di comprare, quanto nella forma compulsiva che quest’azione viene ad assumere.

E ’difficile evidenziare il confine tra lo shopping, atto di compensazione praticato dalla maggior parte della popolazione in modo abitudinario ed innocuo, e lo shopping compulsivo che invalida la vita sociale, finanziaria, familiare e relazionale dell’individuo.

Criteri diagnostici della shopping addiction

Tra i criteri utili per diagnosticare lo shopping compulsivo, Susan McElroy (McElroy, S. et al., 1996) identificò:

– il soggetto percepisce l’impulso o il comportamento di acquisto come irresistibile, intrusivo o insensato;

– l’acquisto richiede spesso una spesa al di sopra delle proprie disponibilità economiche o riguarda oggetti futili;

– la preoccupazione o l’impulso provocano un certo stress, determinano una notevole perdita di tempo, interferiscono in modo rilevante con il funzionamento sociale, lavorativo o finanziario;

– il compiere acquisti in maniera troppo eccessiva non si manifesta esclusivamente durante i periodi di mania o ipomania.

Si può quindi affermare che lo shopping compulsivo è un comportamento ripetitivo e incontrollabile, al quale il soggetto non è in grado di sottrarsi nonostante provochi nella sua vita gravi conseguenze a livello finanziario, relazionale e familiare.

Le fasi di un episodio di shopping compulsivo

Si possono identificare alcune fasi durante un episodio di acquisto compulsivo:

• Prima fase: la persona inizia ad avere pensieri, preoccupazioni e senso di urgenza verso l’atto di acquistare, sia in generale sia riguardo un oggetto in particolare. Spesso questa fase è preceduta da emozioni sgradevoli quali tristezza, ansia, noia o rabbia.

• Seconda fase: preparazione all’acquisto, pianificando aspetti come i negozi da visitare, il genere di articoli da ricercare o addirittura il metodo di pagamento che si intende utilizzare.

• Terza fase: shopping compulsivo vero e proprio, in cui la persona acquista in preda all’eccitazione.

• Quarta fase: chiude l’episodio, è quella successiva all’acquisto compulsivo, dopo il quale le precedenti sensazioni di eccitazione ed euforia si tramutano rapidamente in frustrazione, senso di colpa, vergogna e delusione verso se stessi.

Un episodio di shopping compulsivo si organizza intorno a determinati emozioni: stati negativi come ansia e tensione costituiscono gli antecedenti dell’episodio, mentre emozioni spiacevoli quali la frustrazione e il senso di colpa chiudono l’episodio.

Soffro di shopping compulsivo?

La Compulsive Buying Scale è un test che permette di identificare problematiche legate alla dipendenza da shopping, che possono essere identificate come moderate (da 2 a 4 risposte affermative), gravi (fino a 6 risposte affermative), molto gravi (7 risposte affermative)

1. Se ho dei soldi da parte, alla fine del periodo dei pagamenti, devo proprio spenderli.

2. Credo che gli altri sarebbero inorriditi se sapessero delle mie abitudini relative agli acquisti.

3. Compro cose anche se non posso permettermele

4. Firmo un assegno quando so di non avere abbastanza soldi in banca per coprire le spese

5. Compro a me stesso/a delle cose per farmi sentire meglio.

6. Mi sento ansioso/a e nervoso/a i giorni in cui non posso fare shopping.

7. Facci solo pagamenti minimi con le mie carte di credito.

Pensieri limitanti che impediscono la perdita di peso

A cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa e Psicoterapeuta –

PENSIERI LIMITANTI CHE IMPEDISCONO LA PERDITA DI PESO

Perdere peso è un processo che coinvolge diversi livelli personali, dall’immagine di sé all’autostima, alla ricerca del benessere. È molto comune però che ci si approcci alla perdita di peso con alcuni pensieri che possono essere disfunzionali o limitanti. Tra questi possiamo trovare:

1) Separare gli alimenti in buoni o cattivi

Dividere gli alimenti in cattivi, perché molto calorici, e buoni, in quanto poveri di calorie, oltre ad essere una dicotomia superficiale e spesso dannosa, fa sì che gli alimenti “vietati” diventino anche i più desiderabili. Si tratta di un processo psicologico che è però in grado di innescare reazioni fisiologiche, come la fame e l’eccitazione al solo pensiero dei cibi proibiti.

Per questa ragione, una maggiore rigidità nel regime alimentare alimenta il desiderio dei cibi “proibiti” mentre la possibilità di godersi un determinato alimenti in maniera controllata renderà più facile la rinuncia in altri momenti della giornata.

2) Credere che una dieta molto restrittiva possa durare nel tempo

Una dieta restrittiva pensata per dimagrire richiede sforzi e sacrifici, che non possono essere sostenuti nel tempo (il 95% delle persone che seguono una dieta ipocalorica riacquista il peso originale). L’obiettivo a cui si dovrebbe puntare è quello di seguire un regime alimentare sano e il più possibile gratificante.

3) Utilizzare il cibo per calmare stress e ansia

Lo stress della vita quotidiana può avere come conseguenza la ricerca di cibo. Questo accade soprattutto a fine giornata, quando si esce da lavoro o quando si cerca di calmare un’emozione negativa, mangiando. La fame “emotiva” o nervosa quindi è un bisogno che il nostro cervello percepisce come fisico ma non è reale: bisogna imparare a gestire le proprie emozioni per non cadere nella trappola.

4) Pensare in modo dicotomico: “tutto o niente”

In un pensiero di tipo dicotomico le persone o percepiscono di avere il controllo completo della dieta, senza potersi concedere il minimo piacere, o si lasciano andare del tutto, concedendosi ogni tipo di eccesso.

Questa modalità è chiamata “Ciclo del Dieting o Dieta Cronica Restrittiva”, in cui si passa da fasi di restringimento alimentare estremamente forzato, all’aumento della fame, all’abbuffata del pensiero tutto-niente, al senso di colpa che riporta inevitabilmente alla restrizione, rinforzando il circolo vizioso.

5) Rinunciare alle sensazioni

È l’atto di troncare tutti i piaceri per evitare la tentazione, comprese le occasioni sociali, le cene con gli amici, gli aperitivi, per paura di “perdere il controllo”. Evitare queste “tentazioni” rischia anche di provocare un danno.

6) Fare sport per dimagrire e non per piacere

Fare sport può essere un ottimo modo per lasciare andare le tensioni e ristabilire emozioni positive. Ovviamente, non deve essere vissuto come una lotta che costringe a bruciare più di quello che si mangia. Il risultato di una dinamica di “consumo di calorie” è spesso il collasso, con cessazione dell’attività fisica, aumento di peso e sensazioni di fallimento annessi.

Per concludere, solo un approccio globale (corporeo, emotivo e psicologico) permetterà di liberarsi dai pensieri limitanti e di perdere peso e alimentarsi in modo sano.

L’ortoplastia


Che cos’è l’Ortoplastia?

L’ortoplastia plantare è una branca dell’ortesi che si concentra sulla progettazione e produzione di ortesi plantari, dispositivi medici che vengono inseriti all’interno delle calzature per fornire supporto, correzione o protezione al piede e all’arco plantare. Queste ortesi sono progettate per adattarsi alla forma unica del piede di un individuo e possono essere utilizzate per trattare una vasta gamma di condizioni podiatriche.

Le ortesi plantari possono essere utilizzate per vari scopi, tra cui:

Supporto dell’arco plantare

Le ortesi plantari possono fornire un supporto aggiuntivo all’arco longitudinale del piede, aiutando a distribuire uniformemente il peso corporeo e riducendo la pressione e lo stress sui tessuti molli del piede.

Correzione delle anomalie biomeccaniche

Le ortesi plantari possono essere progettate per correggere eventuali anomalie biomeccaniche del piede, come pronazione eccessiva o supinazione, che possono causare dolore e disagio durante il movimento.

Alleviare il dolore

Le ortesi plantari possono aiutare a ridurre il dolore causato da condizioni come fascite plantare, sperone calcaneare, metatarsalgia e neuroma di Morton, fornendo un supporto adeguato e riducendo la pressione sui punti sensibili del piede.

Stabilizzazione dell’articolazione

Per alcuni pazienti con instabilità dell’articolazione della caviglia o del piede, le ortesi plantari possono essere utilizzate per fornire stabilità e supporto aggiuntivo, riducendo il rischio di infortuni e migliorando la stabilità durante la deambulazione.

Le ortesi plantari possono essere realizzate su misura per adattarsi alla forma e alle esigenze specifiche del piede di un individuo o possono essere dispositivi standardizzati disponibili in commercio.

Chi si occupa dell’ortoplastia?

podologi sono professionisti sanitari specializzati nella diagnosi e nel trattamento delle patologie del piede e degli arti inferiori. Possono progettare e applicare ortesi plantari e digitali per trattare condizioni come piede piatto, metatarsalgia, fascite plantare, alluce valgo e altre patologie podologiche.

Le fasi della costruzione di un’ortesi digitale sono

La costruzione di un’ortesi digitale coinvolge diverse fasi che comprendono la valutazione del paziente, la progettazione e la realizzazione dell’ortesi stessa. Di seguito sono descritte le fasi tipiche coinvolte nella costruzione di un’ortesi digitale:

Valutazione del paziente

La prima fase coinvolge una valutazione approfondita del paziente da parte di un professionista sanitario qualificato, come un ortopedico, un podologo o un ortesista. Durante questa valutazione, vengono raccolte informazioni dettagliate sulla storia clinica del paziente, i sintomi attuali, la mobilità dell’articolazione interessata e altre condizioni di salute pertinenti. Questa valutazione è fondamentale per determinare il tipo e la gravità del problema digitale e per sviluppare un piano di trattamento personalizzato.

Progettazione dell’ortesi

Sulla base delle informazioni raccolte durante la valutazione, il professionista sanitario progetta un’ortesi digitale personalizzata per soddisfare le esigenze specifiche del paziente. La progettazione dell’ortesi tiene conto della posizione dell’articolazione coinvolta, della gravità della deformità o del dolore, e delle attività quotidiane e sportive del paziente. A seconda della condizione del paziente, l’ortesi digitale può essere progettata per fornire supporto, allineamento, correzione o protezione per il dito interessato.

Realizzazione dell’ortesi

Una volta completata la progettazione dell’ortesi, viene realizzato il dispositivo fisico. Questo può avvenire attraverso diverse metodologie, a seconda delle risorse disponibili e delle preferenze del professionista sanitario. L’ortesi può essere realizzata utilizzando materiali termoplastici che possono essere modellati e adattati direttamente sul dito del paziente, o mediante tecnologie di stampa in 3D che consentono la creazione di ortesi personalizzate con precisione millimetrica. In alcuni casi, l’ortesi può essere realizzata anche manualmente utilizzando materiali tradizionali come il gesso o il polistirolo.

Adattamento e controllo

Una volta completata la costruzione dell’ortesi digitale, viene effettuato un adattamento finale per garantire un comfort ottimale e un funzionamento efficace. Il professionista sanitario esegue quindi un controllo per valutare l’efficacia dell’ortesi e apportare eventuali modifiche o regolazioni necessarie per garantire un’adeguata funzionalità e comfort.

Educazione del paziente

Infine, il paziente viene istruito sull’uso corretto dell’ortesi digitale e su eventuali esercizi o attività di stretching o rafforzamento che possono essere utili per migliorare i risultati del trattamento. Il paziente viene anche informato su come prendersi cura dell’ortesi e su cosa fare in caso di problemi o disagi durante l’uso.

Queste fasi sono fondamentali per garantire la progettazione e l’applicazione di un’ortesi digitale efficace e adatta alle esigenze specifiche del paziente.

Storia dell’ortoplastia

Certamente! L’ortoplastia ha una storia lunga e ricca. Originariamente, si basava su dispositivi rudimentali utilizzati dagli antichi egizi, greci e romani. Nel corso dei secoli, ha continuato a evolversi con l’avanzare della tecnologia e l’introduzione di nuovi materiali. Oggi, l’ortoplastia è diventata una specialità altamente specializzata che utilizza tecnologie all’avanguardia per progettare e fabbricare ortesi personalizzate che aiutano i pazienti a migliorare la funzionalità e ridurre il dolore.

Varie tipologie di ortesi in silicone: protettive, additive, correttive e funzionali

Le ortesi in silicone possono essere utilizzate per una varietà di scopi e possono essere classificate in diverse categorie in base alla loro funzione. Ecco una panoramica delle diverse tipologie di ortesi in silicone:

Ortesi protettive

Queste ortesi sono progettate per proteggere il piede o l’arto da traumi, pressione e frizioni. Possono essere utilizzate per prevenire la formazione di vesciche, calli o ulcere cutanee. Le ortesi protettive in silicone possono essere adattate per adattarsi a specifiche aree del corpo e fornire un’ammortizzazione efficace.

Ortesi additive

Le ortesi additive sono progettate per compensare deformità o perdite di tessuto, aggiungendo volume o supporto in aree specifiche. Ad esempio, possono essere utilizzate per ridurre la pressione su aree ipercheratotiche o per compensare la perdita di volume dovuta a un’amputazione.

Ortesi correttive

Queste ortesi sono progettate per correggere anomalie strutturali o funzionali del piede o dell’arto. Possono essere utilizzate per allineare le dita dei piedi, correggere deformità come alluce valgo o allineare l’articolazione del ginocchio. Le ortesi correttive in silicone sono realizzate su misura per adattarsi alla forma unica del piede del paziente e correggere la posizione o l’allineamento dell’arto.

Ortesi funzionali

Le ortesi funzionali sono progettate per fornire supporto dinamico e migliorare la funzionalità del piede o dell’arto durante il movimento. Possono essere utilizzate per stabilizzare articolazioni instabili, migliorare la biomeccanica del passo o ridurre il dolore durante l’attività fisica. Le ortesi funzionali in silicone sono spesso integrate con componenti rigide o flessibili per fornire il livello ottimale di supporto e controllo del movimento.

Queste sono solo alcune delle tipologie di ortesi in silicone disponibili, e ciascuna può essere adattata alle esigenze specifiche del paziente e alla condizione da trattare. Le ortesi in silicone offrono numerosi vantaggi, tra cui comfort, flessibilità, adattabilità e durata nel tempo. È importante consultare un professionista sanitario qualificato per determinare il tipo di ortesi più adatto al proprio caso e per garantire una corretta progettazione e applicazione.

Conclusioni

L’ortoplastia plantare richiede una valutazione accurata da parte di un professionista esperto nel campo della podologia o dell’ortesi, al fine di progettare e applicare le ortesi in modo appropriato per ottenere i massimi benefici per il paziente. Grazie alla loro competenza, esperienza e attrezzature all’avanguardia, i podologi del Centro Colombo Genova sono in grado di fornire una valutazione accurata e un trattamento personalizzato per una vasta gamma di patologie podologiche. Dal momento che la salute e il benessere dei piedi sono fondamentali per il benessere generale del corpo, è importante affidarsi a professionisti qualificati e fidati per ricevere cure di alta qualità.

A cura della dott.ssa Nicoleta Iana – podologo.