L’Acido Ialuronico

dott.ssa Erica Ponte – Chirurgo Plastico

L’acido ialuronico è un polisaccaride ad alto peso molecolare del gruppo dei glicosamminoglicani, formato da una catena lineare, costituita da unità disaccaridiche di N-acetilglucosammina ed acido glucuronico. Questa sostanza è naturalmente prodotta dal nostro organismo per idratare e proteggere i tessuti ed è uno dei principali componenti del tessuto connettivo su cui svolge, insieme a collagene ed elastina, un’importante funzione strutturale, conferendo alla cute le sue particolari proprietà di resistenza, plasticità, turgore e densità. La sua concentrazione diminuisce fisiologicamente con l’età e una sua carenza, infatti, determina disidratazione e indebolimento della struttura tissutale, fattori responsabili della formazione delle rughe e rilassamento cutaneo. Essendo una componente naturale dei nostri tessuti, l’acido ialuronico è completamente biocompatibile e riassorbibile. Risulta quindi la sostanza ideale per ripristinare i volumi del viso, mancanti per conformazione o che si sono alterati a causa dell’invecchiamento, e per “spianare” le rughe statiche. L’acido ialuronico viene iniettato con ago sottile o cannula nel piano subdermico e sottocutaneo. Per poter essere utilizzato come filler, è preparato in una formulazione viscosa, simile ad un gel, con un riassorbimento programmato che avviene nell’arco di tre, sei, nove mesi ed oltre, a seconda delle esigenze. L’iniezione è poco dolorosa essendo presente nella maggior parte dei casi l’anestetico locale all’interno del prodotto e comunque il dolore può essere prevenuto applicando una crema anestetica prima del trattamento. Le principali applicazioni sono: – il trattamento delle rughe di espressione – la costituzione o il ripristino dei volumi del volto – la biorivitalizzazione della cute – il trattamento di depressioni o cicatrici Esistono anche formulazioni per il trattamento di regioni diverse dal viso quali seno, glutei e polpacci. Gli effetti collaterali più comuni sono pochi e assolutamente risolvibili. Solo in rarissimi casi possono comparire dei piccoli segni in prossimità delle zone di inserimento dell’ago, che scompaiono in 2 o 3 giorni o piccoli ematomi che si riassorbono completamente in 4-5 giorni. Le reazioni avverse sono rare e rappresentate per lo più dalle infezioni e dai granulomi da corpo estraneo. Quasi inesistenti le reazioni allergiche.

Il metodo Pedagogico-clinico

dott.ssa Ilaria Barbieri – Pedagogista clinico

La pedagogia clinica fonda le proprie tecniche d’intervento nella procedura di anamnesi, diagnosi e terapia curativa. Tale procedura è rivolta a ricondurre il soggetto in una condizione di autentica formazione.

Con il processo di anamnesi, il pedagogista clinico invita il soggetto alla conoscenza della propria storia formativa. Dal greco anamnesis, il concetto richiama il ricordo e l’atto del ricordare. Attraverso la domanda, il soggetto s’interroga a proposito del proprio vissuto avendo la possibilità di comprendere quali possano essere state le cause del suo attuale malessere.

Durante i primi incontri della consulenza pedagogico-clinica s’intraprende un’interpretazione delle esperienze. È la coscientizzazione del tempo passato, infatti, il primo passo per una possibile risoluzione del problema deformativo. Le scienze dell’interpretazione, semiotica ed ermeneutica, concorrono a una decostruzione e alla successiva ricostruzione del quadro clinico-formativo del soggetto. La narrazione del soggetto costituisce l’anamnesi pedagogico-clinica, caratterizzata dal libero raccontarsi e non da una serie di interrogativi già prestabiliti. L’incontro con il pedagogista clinico deve poter essere uno spazio libero e liberante per il soggetto che ha bisogno di interpretarsi per arrivare al riconoscimento dello stato deformativo.

Il momento successivo all’anamnesi è la diagnosi. Anche in questo caso la radice etimologica e filologica del concetto è da ricercarsi nella cultura greca. Il concetto di diagnosi è riconducibile all’atto del “riconoscere attraverso” al fine di dare significato agli eventi passati.

Ipotizzare una diagnosi del problema deformativo non corrisponde all’emanare una sentenza o un verdetto ma a donare possibili significati.

Al di fuori della consulenza, il pedagogista clinico pone in essere una rete categoriale nella quale vengono evidenziandosi nuclei concettuali che descrivono lo stato deformativo. Vengono così utilizzate categorie quali pensiero, vita, natura, identità, mondo, libertà, originarietà, trasformazione, identità, cultura, viaggio, incontro, legame, sentimento, amicizia, amore, armonia, serenità, gioia, corpo, fragilità, sofferenza, dolore, indeterminatezza, paura, morte, male, bene, mistero, dignità e qualsivoglia categoria che il

pedagogista clinico pensi possa essere di sostegno alla trasformazione formativa. Per ogni soggetto e per ogni realtà deformativa il pedagogista clinico competente saprà porre in essere una rete categoriale differente e, anzitutto, pensata nella specificità del caso. Con l’utilizzo della rete categoriale si avvia un procedimento erotematico volto alla scoperta dei valori che il soggetto ripone in ogni categoria. Questo processo risulta essere fondamentale per la formazione di pensiero critico. Mediante la domanda su una categoria, il soggetto inizia a sviluppare una significazione personale e specifica in grado di reinterpretare la propria visione di tale concetto e, in generale, di reinterpretare la propria visione del nodo problematico che gli impediva di formarsi autenticamente.

Il processo di interpretazione si inserisce nell’ultimo passaggio metodologico che la pedagogia clinica utilizza: la fase terapeutico-curativa. Essa consiste in una ricostruzione formativa ove il domandar-si pone il soggetto entro una dimensione virtuosa che lo ri-conduca a ripensare i vissuti deformativi del passato, il modus vivendi del tempo attuale e il progetto di vita futuro. È questo il nucleo della terapia curativa pedagogico-clinica, in cui il soggetto acquisisce coscienza del proprio malessere e fonda in se stesso la domanda del proprio essere autentico. In quest’ultimo atto, nella domanda che trasforma, sta il senso della cura.

La conclusione degli incontri con il pedagogista clinico avverrà solamente nel momento il cui il soggetto non avrà più bisogno del sostegno professionale in quanto avrà raggiunto una stabilità e una serenità interiori tali da renderlo nuovamente soggetto in formazione.

La relazione educativa posta in atto dalla consulenza pedagogico-clinica è una relazione che il soggetto pone anzitutto con se stesso. Egli impara ad ascoltarsi, a comprendersi, a interpretarsi, a domandarsi e a pensarsi all’interno di se stesso, sostenuto dalle categorie che, fondamentalmente, contengono valore.

All’interno della metodologia della pedagogia clinica viene a delinearsi, come categoria fondamentale, il senso del tempo. Ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà vengono intrecciandosi indissolubilmente con la formazione e nella formazione dell’uomo. Il valore del tempo è il fondamento essenziale per la costruzione di se stessi nel tempo della vita. Il valore di ciò che vale

realmente per l’uomo davvero umano si pone quale Grund, e cioè quale fondamento, per una possibile architettonica di una pedagogia della vita. È, infatti, nel valore che l’uomo ripone la propria essenza, che è pensiero, e la propria esistenza, che è vita.

Ansia e Covid-19

dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa

Quando si ha a che fare con qualcosa che è minaccioso e sconosciuto mettiamo in atto una serie di meccanismi automatici, volti alla nostra sopravvivenza, molto simili a quelli osservabili negli animali. Ma gli esseri umani, pur sforzandosi di essere razionali affidandosi alla logica, sono profondamente psico-logici e quindi le emozioni giocano un ruolo fondamentale stravolgendo le scelte pianificate o basate su dati di fatto.

L’emergenza Coronavirus può influenzarci in molti modi diversi: fisicamente, emotivamente, economicamente, socialmente e psicologicamente. Tutti noi ci stiamo occupando delle vere e proprie sfide della malattia e della difficoltà dei sistemi sanitari di affrontarla.

Ma quello che ci fa più paura sono le conseguenze che ancora non possiamo prevedere ma iniziamo ad intuitre: disagi sociali e comunitari, ricadute economiche e problemi finanziari, ostacoli e interferenze a molti aspetti della vita, e chissà cos’altro. Quando affrontiamo una crisi di qualsiasi tipo, la paura e l’ansia sono inevitabili; sono risposte normali, naturali a situazioni difficili cariche di preoccupazione e incertezza.

Tuttavia se non riusciamo a gestire la paura, potremmo percepire il Coronavirus come un nemico invincibile: è piccolo, sfuggente, invisibile all’occhio umano, poco conosciuto, facilmente trasmissibile e ciò scatena le paure più profonde di un qualche elemento incontrollabile che dall’interno che ci possa distruggere.

Quando la preoccupazione o la paura diventano costanti, si passa spesso al panico o all’ansia generalizzata, per cui un pericolo limitato e contenuto di contagio, viene generalizzato percependo ogni situazione come rischiosa ed allarmante.

In alcuni soggetti poi, si potrebbe sviluppare una situazione di ipocondria, intesa come tendenza a eccessiva preoccupazione per il proprio stato di salute percependo ogni minimo sintomo come un segnale inequivocabile di infezione da Coronavirus.

Il limite fra una funzionale attivazione (eustress o stress positivo) e un eccesso di allerta con comportamenti poco lucidi e controproducenti (distress o stress negativo) è sottile.

L’ignoto, senza dubbio, spaventa. Quindi, che si tratti di paura, di angoscia, di terrore o di panico, in tutti questi casi vi è un tratto di fondo comune: la preoccupazione.

È talvolta inevitabile perdersi nelle preoccupazioni e rimuginare su aspetti e cose che sono fuori dal nostro controllo: ‘Cosa potrebbe accadere in futuro? Come il virus potrebbe influenzare te o i tuoi cari o la tua comunità o il tuo paese o il mondo? – e cosa accadrà allora?’.

E anche se per noi è del tutto naturale perderci in tali preoccupazioni, questo, a livello psicologico non è ne’ utile ne’ produttivo. In effetti, più ci concentriamo su ciò che non è nel nostro controllo, più siamo ansiosi e senza speranza.

Quindi, l’unica cosa utile che chiunque può fare in qualsiasi tipo di crisi (legata a Covid o altro) è solo concentrarsi su ciò che è sotto il nostro controllo.

Non possiamo controllare cosa accadrà in futuro. Non possiamo controllare il Covid-19 stesso o l’economia mondiale o il modo in cui il governo gestisce tutta questa situazione. E non possiamo controllare neanche i sentimenti, eliminando la paura e l’ansia, perfettamente naturali. Ma possiamo controllare quello che facciamo, qui e ora.

Quando scoppia una grande tempesta, le barche nel porto lasciano l’ancora, perché se non lo fanno, verranno spazzate via in mare. E, naturalmente, far cadere l’ancora non fa andare via la tempesta (le ancore non possono controllare il tempo), ma può tenere una barca ferma nel porto, fino a quando la tempesta non passa nel suo tempo libero.

Allo stesso modo, in una crisi in atto, sperimenteremo tutti ‘tempeste emotive’: pensieri inutili che girano nella nostra testa e sentimenti dolorosi che turbinano intorno al nostro corpo. E se siamo spazzati via da quella tempesta dentro di noi, non c’è nulla di efficace che possiamo fare.

Quindi il primo passo pratico è ‘far cadere l’ancora’, usando alcune strategie:

Gli attacchi di panico

dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa

Il primo attacco di panico si manifesta quasi sempre durante un periodo in cui stress o tensione sono elevati, anche se non percepiti dal soggetto.

Un attacco di panico si ha quando una persona diventa in breve tempo molto spaventata o molto ansiosa o molto a disagio in una situazione in cui fino a prima non provava malessere.

Dato che si tratta di un’esperienza strana, inattesa, intensa, molto spiacevole, spesso accompagnata dalla paura di perdere il controllo, svenire, morire o impazzire, le persone iniziano ad evitare le situazioni in cui potrebbe essere pericoloso o fastidioso avere un attacco.

La causa reale dell’attacco di panico è l’ansia: tuttavia, le persona attribuiscono erroneamente la causa alla situazione i cui l’attacco è iniziato.

Successivamente poi, attraverso un fenomeno chiamato generalizzazione, le situazioni evitate aumentano, comprendendo “accorgimenti” e strategie per gestire le situazioni (bere acqua, telefonare, cercare di distrarsi..) che a lungo termine possono diventare controproducenti.

CHE COS’È L’ANSIA

L’ansia è un fenomeno fisiologico, una reazione utile per far fronte ai pericoli. Se stai attraversando la strada e una macchina sbuca improvvisamente a forte velocità a pochi metri da te, probabilmente ti spaventerai e correrai sul marciapiede.

Ancora prima di iniziare a correre il cervello ha avvertito il pericolo e ha iniziato ad attivare il sistema nervoso autonomo, rilasciando adrenalina.

Si tratta della risposta automatica di attacco e fuga (Fight or Flight) che include tutta una serie di componenti fisiologiche utili per reagire in maniera efficiente al pericolo:

– il respiro si fa più frequente (per permettere una maggiore quantità di ossigeno a disposizione per i muscoli)

– il ritmo cardiaco e la pressione aumentano (per permettere al sangue di raggiungere i muscoli più velocemente)

– il sangue è dirottato ai grandi muscoli degli arti inferiori (per cui meno sangue arriva ai muscoli interni e al volto)

– i muscoli si preparano a contrarsi

– si suda (per contrastare il surriscaldamento dovuto all’attivazione)

– la mente si concentra unicamente sul pericolo e come mettersi in salvo

– la digestione si ferma, la bocca diventa secca. Il cibo si ferma dove si trova (provocando nausea o nodo allo stomaco)

La risposta di attacco o fuga era particolarmente utile nelle condizioni di vita dei nostri antenati, piene di gravi pericoli fisici e per questo fa ancora parte dei nostri meccanismi di difesa, ma porta seri problemi quando si attiva troppo facilmente o nel momento sbagliato. Oggi, infatti, le tigri dai denti a sciabola non sono più una minaccia per la nostra sopravvivenza fisica. Tuttavia, ci sono moltissimi stressor che possono aumentare il livello di stress e tensione nel nostro organismo.

Inoltre, come un allarme troppo sensibile, che suona al passaggio di un insetto, un sistema d’allarme fisiologico troppo sensibile attiva la risposta di attacco fuga quando non ce n’è bisogno e produce “ansia” in situazioni in cui non sono presenti pericoli.

Per esempio, una persona che inizia a preoccuparsi mentre si trova in coda in macchina, se ha la tendenza ad attivare troppo facilmente una risposta di allarme, può cominciare a sentire la testa leggera, ad avere vertigini ed avvertire un senso di irrealtà; potrebbe persino pensare “perderò la testa, andrò fuori controllo e comincerò ad urlare, andrò a sbattere con la macchina”. A questo punto la persona potrebbe uscire dalla coda facendo inversione di marcia, o trovare il modo piu rapido per evitare la situazione.

Quindi, l’attacco di panico è una risposta di attacco o fuga attivata in un momento sbagliato, in assenza di un vero pericolo esterno. È inoltre presente la sovrastima del pericolo e la sottostima della capacità di fronteggiarlo, la realtà esterna viene vissuta come estremamente pericolosa e il proprio sé come estremamente vulnerabile.

La terapia cognitivo-comportamentale rappresenta un approccio elettivo per il trattamento del disturbo di panico. Gli elementi di forza sono l’elaborazione e l’impiego di protocolli di intervento standardizzati, nonché la presenza in letteratura di studi che ne documentano la validità e l’efficacia (APA, 2014).

Insonnia – Trattamento cognitivo comportamentale

dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa

L’insonnia è un disturbo del sonno caratterizzato dall’incapacità di dormire nonostante l’organismo ne abbia il reale bisogno fisiologico.

Questo è associato a un funzionamento diurno difficoltoso, con sintomi quali stanchezza, irritabilità, difficoltà di apprendimento, percezione di scarsa concentrazione e memoria, ma anche una marcata perdita di interesse per lo svolgimento delle attività quotidiane.

Coloro che soffrono di insonnia lamentano di non essere in grado di addormentarsi oppure di dormire solo per poche ore, agitandosi nel letto durante la notte. Quando la mancanza di sonno si prolunga per più di alcune notti di seguito, perdurando anche più di tre mesi, può divenire “cronica” e causare un debito di sonno che è estremamente nocivo per la salute dell’individuo.

Questo disturbo altera il naturale ciclo del sonno, che può risultare difficile da ripristinare: alcune persone cercano di dormire nel pomeriggio o durante la sera, con il risultato di aggravarla.

Gli eventi stressanti della quotidianità possono influire sulla qualità del riposo e in alcuni casi determinare lo stabilizzarsi di un quadro invalidante di insonnia. Questa patologia, infatti, si può presentare come reazione a specifiche situazioni psicosociali: ad esempio un lavoro poco remunerativo o insoddisfacente, preoccupazione per la salute di un familiare, difficoltà relazionali, generale nervosismo o tensione, ma anche perdurare una volta risolta la causa.

Spesso chi soffre d’insonnia da molto tempo ha fatto uso di diversi farmaci e ha eliminato o modificato alcune abitudini quotidiane della propria vita, come ad esempio alcuni alimenti o sostanze.

Una corretta igiene del sonno è indubbiamente il primo passo, ma non sempre è sufficiente, soprattutto se il disturbo si è radicato nel corso del tempo.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale per il trattamento dell’insonnia (CBT-I) è considerata in tutte le linee guida a livello internazionale il trattamento d’elezione, e quindi il più efficace, per il trattamento dei disturbi del sonno: essa consiste essenzialmente in una psicoeducazione, in un rafforzamento delle associazioni tra il letto e il momento di andare a dormire e in una ristrutturazione cognitiva dei pensieri disfunzionali legati al sonno. Il trattamento dell’insonnia ha come obiettivo primario quello di migliorare la qualità e la quantità del sonno e i sintomi diurni correlati al disturbo.

Nonostante la CBT-I sia ritenuta la terapia di prima linea, questa non è facilmente accessibile ai pazienti. Solo una minoranza di essi riceve questo trattamento in Europa, così come in Italia. Nella pratica clinica di tutti i giorni, dall’assistenza sanitaria di base alla realtà dei centri specializzati, l’insonnia cronica viene comunque trattata principalmente attraverso al somministrazione di terapie farmacologiche che, non di rado, vengono assunte dai pazienti per un periodo che va ben oltre quello consigliato.

La dott.ssa Elena Ercolani, psicologa e psicoterapeuta i.f. cognitivo-comportamentale, propone la terapia CBT-I per il trattamento dell’insonnia primaria

Cos’è l’omeopatia

dott.ssa Ylenia Motta – omeopata

Oggi si parla tanto di Omeopatia, ma, strano a dirsi, specie in ambito scientifico, troppo spesso ne parlano di più quelli che ne sanno di meno. Nonostante non sia mia intenzione entrare nel merito delle polemiche attuali legate all’efficacia della terapia omeopatica, volevo comunque iniziare focalizzando l’attenzione su alcuni punti di cui forse non tutti sono a conoscenza:

  1. Nel 2002 nel congresso di Terni la FNOMCeO (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) ha deciso di definire come “Atto Medico” la prescrizione di medicinali omeopatici.
  2. I prodotti omeopatici sono approvati come medicinali dalla legge italiana: “Medicinale omeopatico: ogni medicinale ottenuto a partire da sostanze denominate materiali di partenza per preparazioni omeopatiche o ceppi omeopatici, secondo un processo di produzione omeopatico descritto dalla farmacopea europea o, in assenza di tale descrizione, dalle farmacopee utilizzate ufficialmente negli Stati membri della Comunità europea; un medicinale omeopatico può contenere più sostanze” (D.lgs. 219/2006 art. 1 d)
  3. E’ presente un intero database liberamente consultabile, che raccoglie molteplici studi randomizzati, in singolo o doppio cieco, nonchè revisioni sistematiche con meta-analisi riguardanti la Medicina Omeopatica.
  4. La Svizzera ha confermato che l’Omeopatia soddisfa criteri sia di efficacia scientificamente provata che di utilità ed economicità: è stata infatti inclusa nelle prestazioni dell’assicurazione di base obbligatoria svizzera.
  5. In Europa e in Italia le leggi per gli allevamenti biologici conferiscono al rimedio omeopatico il ruolo di medicinale di prima scelta nella cura degli animali destinati all’alimentazione umana: “I prodotti fitoterapici, i prodotti omeopatici, gli oligoelementi…sono preferiti ai medicinali veterinari allopatici ottenuti per sintesi chimica o agli antibiotici…” (Regolamento CE n.834/07).

Dopo questa premessa burocratica, che (specialmente in questo periodo) mi sembrava doverosa, vorrei cercare di rispondere ad alcune domande che spesso mi vengono poste:

L’Omeopatia nasce da Samuel Hahnemann, un medico tedesco nato a metà Settecento, il quale osservò che è possibile curare e guarire un malato somministrandogli una sostanza che, se data a un uomo sano, lo porta ad avere sintomi simili a quelli della malattia in questione.

Similia similibus curentur (“Si curino i simili con i simili”) rappresenta il principio di fondo, anche se già Ippocrate aveva intuito ciò, ammettendo l’esistenza di due medicine, quella dei simili (l’Omeopatia appunto) e quella dei contrari (la medicina allopatica o tradizionale).

Se la medicina tradizionale è più focalizzata all’eliminazione dei vari sintomi, perdendo a volte di vista la persona e la malattia sottostante, la medicina omeopatica si preoccupa di curare il malato, cercando di non sopprimere i sintomi, ma andando a indagare le cause profonde che hanno scatenato la malattia stessa per poterla guarire.

I medicinali omeopatici non hanno effetti collaterali: per questo motivo costituiscono un trattamento ideale anche per bambini, donne in gravidanza e anziani e la loro produzione non crea alcun tipo di impatto ambientale negativo, per di piùsono somministrabili a qualunque età e sono compatibili con altre terapie in atto e curano il malato nella sua totalità, non solo i sintomi.

L’omeopatia può intervenire sia nella patologia acuta (che insorge rapidamente e improvvisamente – come ad es. l’influenza) sia nella patologia cronica (ad esordio lento, più subdola – come ad es. l’artrosi).

Nel primo caso l’obiettivo è una guarigione rapida (al pari di quanto impiegherebbero farmaci tradizionali) e dolce, sollecitando i meccanismi di difesa naturali, propri del singolo individuo.

Nel cronico l’obiettivo è ristabilire l’equilibrio globale (lo stato di salute), curando non solo la sintomatologia del momento, ma il malato in toto.

Infine l’omeopatia interviene anche nella prevenzione, cercando di evitare il manifestarsi di  eventuali malattie e mantenendo il soggetto in salute il più a lungo possibile.

La visita omeopatica inizia con un colloquio in cui la persona parla dei propri disturbi attuali e pregressi, del suo modo di essere e di reagire, delle proprie abitudini, del proprio carattere, della propria personalità, del suo stato emotivo, etc.

Segue una visita medica classica con esame obiettivo del paziente ed eventuale visione o prescrizione di accertamenti diagnostici e infine verrà prescritta una terapia atta a favorire la risposta e la reazione del proprio sistema immunitario per riportare tutto l’organismo alla salute.

Dieci regole per gestire le intolleranze alimentari.

dott.ssa Silvia Bonatti – Dietista.

Sempre più frequentemente si attribuisce la responsabilità del sovrappeso-obesità o disturbi gastrici, come gonfiore addominale e scarsa digeribilità, a possibili intolleranze alimentari.

Spesso vengono diagnosticate attraverso l’uso di test non validati e proposti da personale non qualificato senza alcun controllo medico.

In questi casi, arbitrarie diete di esclusione, possono determinare carenze nutrizionali negli adulti e soprattutto nei bambini durante la crescita.

Per evitare di incorrere in false diagnosi, le maggiori Società Scientifiche che si occupano del problema, insieme con la Federazione dell’Ordine dei Medici e il Ministero della Salute, hanno condiviso un Decalogo che vuole diffondere e sensibilizzare la popolazione su questo tema così attuale e delicato.

1) Le intolleranze alimentari non sono responsabili si sovrappeso e obesità, che sono condizioni causate prevalentemente da uno stile di vita inadeguato.

2) No all’autodiagnosi ed ai test effettuati direttamente presso i centri laboratoristici senza prescrizione medica. Se si sospetta una reazione indesiderata a seguito dell’ingestione di uno o più alimenti è necessario rivolgersi al proprio medico, che valuterà l’invio allo specialista medico competente, il quale è in grado di valutare quali indagini prescrivere per formulare la diagnosi più corretta.

3) Non rivolgersi a personale non sanitario e attenzione a coloro che praticano professioni sanitarie senza averne alcun titolo. Non effettuare test per intolleranze alimentari non validati scientificamente in qualsiasi struttura, anche sanitaria. Solo il medico può fare diagnosi.

4) Diffidare da chiunque proponga test di diagnosi di intolleranza alimentare per i quali manca evidenza scientifica di attendibilità. I test non validati sono: dosaggio IgG4, test citotossico, Alcat test, test elettrici (vega-test, elettroagopuntura di Voll, bioscreening, biostrengt test, sarm test, moratest), test kinesiologico, dria test, analisi del capello, iridologia, biorisonanza, pulse test, riflesso cardiaco auricolare.

5) Non escludere nessun alimento dalla dieta senza una diagnosi ed una prescrizione medica. Le diete di esclusione autogestite, inappropriate e restrittive possono comportare un rischio nutrizionale non trascurabile, e nei bambini, scarsa crescita e malnutrizione. Possono inoltre slatentizzare disturbi alimentari. Quando si intraprende una dieta di esclusione, anche per un solo alimento o gruppo alimentare, devono essere fornite specifiche indicazioni nutrizionali, per assicurare un adeguato apporto calorico, di macro e micronutrienti.

6) La dieta è una terapia e pertanto deve essere prescritta dal medico. La dieta deve essere gestita e monitorata da un professionista competente per individuare precocemente i deficit nutrizionali e, nei bambini, verificare che l’accrescimento sia regolare.

7) Non eliminare il glutine dalla dieta senza una diagnosi certa di patologia glutine correlata. La diagnosi di tali condizioni deve essere effettuata in ambito sanitario specialistico e competente, seguendo le linee guida diagnostiche.

8) Non eliminare latte e derivati dalla dieta senza una diagnosi certa di intolleranza al lattosio o di allergie alle proteine del latte. La diagnosi di tali condizioni deve essere effettuata in ambito sanitario specialistico e competente, tramite test specifici e validati.

9) A chi rivolgersi per una corretta diagnosi? Medico (dietologo, medico di medicina generale, allergologo, diabetologo, endocrinologo, gastroenterologo, internista, pediatra).

10) Non utilizzare internet per diagnosi e terapia, in quanto non può sostituire la competenza e la responsabilità del medico nella diagnosi e prescrizione medica.

Cyberbullismo e Disturbi Alimentari in adolescenza.

dott.ssa Greta Del Taglia – psicologa –

Il “bullismo online” o “cyberbullismo” è una forma di aggressione volontaria, ingiustificata e prolungata, che avviene tra i pari nel mondo digitale.
Il cyberbullismo è associato ad emozioni negative come ansia , depressione, pensieri di suicidio, oltre che a difficoltà relazionali, spesso conseguenti l’isolamento, l’assenteismo scolastico e l’abuso di sostanze.
Tra gli adolescenti il cyberbullismo è un fenomeno diffuso, con tassi di frequenza che oscillano tra il 6,6 % e il 44,1 %. Il bullismo online sembra avere implicazioni psicopatologiche: di recente, è stato indagato il legame tra cyberbullismo e psicopatologia alimentare negli adolescenti (Marco JH &Tormo Irun MP, 2018); comportamenti alimentari patologici sono risultati associati alla persecuzione online da parte dei pari.

L’aspetto fisico è uno dei principali target dei bulli, anche online (per es., tramite e-mail assillanti o messaggi offensivi, il bullo incita i coetanei ad escludere dal gruppo la persona in sovrappeso, mettendo in atto giochi molesti o diffondendo sul web immagini sprezzanti riguardanti il peso e la forma corporea della vittima).

Diversi studi hanno dimostrato che la maggior parte degli adolescenti viene bullizzata online per la
forma corporea e per il peso, e che la valutazione generale dell’aspetto fisico in coloro che sono, o sono stati perseguitati online per motivi di sovrappeso, è peggiore rispetto agli adolescenti non bullizzati. Pertanto, la letteratura dimostra una chiara associazione tra cyberbullismo e comportamenti alimentari non salutari negli adolescenti.

Il cyberbullismo risulta correlato negativamente con la valutazione del proprio aspetto fisico e associato all’insoddisfazione corporea, sia nei maschi che nelle femmine.
Ciò può essere dovuto al fatto che il corpo (forma, taglia e peso) è uno dei principali target dei bulli, e critiche, insulti, commenti negativi riguardanti il corpo possono diventare fattori di rischio per lo sviluppo di un’immagine corporea distorta in età adolescenziale.

Inoltre, il cyberbullismo è associato a preoccupazioni per il sovrappeso (overweight preoccupation), piani alimentari non salutari, comportamenti ossessivi relativi l’introito calorico, comportamenti psicopatologici come il vomito, l’alimentazione incontrollata e la restrizione alimentare.

Infine, alcune teorie affermano che, durante l’adolescenza, i pari, i genitori e i media possono avere un effetto diretto sulla valutazione della forma corporea tramite due processi:

1) l’internalizzazione degli standard estetici diffusi dalla società;
2) l’eccessivo confronto sociale (oggi, anche a livello digitale).

Nel pratico risulta necessario:

1. Valutare la psicopatologia alimentare (ad es., con questionari standardizzati come l’EDI-3; o l’EAT-40) negli adolescenti che sono stati vittime di cyberbullismo per quanto riguarda il peso o l’aspetto fisico;
2. Programmare giornate di prevenzione per fornire informazioni a genitori e insegnanti sulle conseguenze negative del bullismo online;
3. Rilevare e valutare il cyberbullismo (passato o attuale) in soggetti con diagnosi di disturbo alimentare.

Marco JH and Tormo-Irun MP (2018). Cyber Victimization Is Associated With Eating Disorder Psychopathology in Adolescents. Frontiers of Psychology

Trattamento del linfedema

Esplorando il Sistema Linfatico

Il sistema linfatico, un intricato sistema circolatorio, scorre in parallelo al sistema arterioso e venoso, permeando ogni distretto del corpo e la maggior parte degli organi.

Una Struttura Essenziale

Composto da vasi linfatici e linfonodi, il sistema linfatico svolge un ruolo cruciale nel trasporto della linfa verso il circolo sanguigno. I linfonodi fungono da filtri per la linfa e svolgono anche una funzione immunitaria.

Equilibrio e Funzionalità

Questo sistema è fondamentale per mantenere l’equilibrio chimico-fisico dei liquidi corporei e per il metabolismo dei grassi, delle vitamine e delle proteine. Inoltre, svolge un ruolo chiave nella regolazione della difesa immunitaria e nei processi di detossificazione.

Linfodrenaggio Manuale: Un Aiuto Rivitalizzante per il Linfedema

Il linfodrenaggio manuale, tramite delicate manovre a bassa pressione, favorisce il drenaggio dei liquidi accumulati in specifici distretti corporei, come le gambe, convogliandoli nel circolo sanguigno. Questo trattamento è prezioso in diverse condizioni, tra cui:

Gli Effetti Rivitalizzanti del Linfodrenaggio Manuale per il Linfedema

Il linfodrenaggio manuale offre una serie di benefici che contribuiscono al benessere generale e alla salute del corpo:

Controindicazioni al Linfodrenaggio Manuale

Prima di sottoporsi a sessioni di linfodrenaggio manuale, è importante tenere presente le seguenti controindicazioni:

È fondamentale discutere qualsiasi condizione medica preesistente con il proprio professionista sanitario prima di intraprendere qualsiasi terapia di linfodrenaggio manuale.

Bendaggio Elastocompressivo: Perché e Quando Utilizzarlo?

Il bendaggio elastocompressivo, composto da strati multipli e materiali diversificati con compressione graduata, è una strategia terapeutica cruciale per la gestione del linfedema. Questo tipo di bendaggio è parte integrante di un trattamento decongestionante complesso, che include il linfodrenaggio manuale, la ginnastica decongestionante e l’istruzione del paziente. È prescritto principalmente per:

Il bendaggio elastocompressivo, applicabile agli arti superiori o inferiori su prescrizione medica, agisce esercitando una pressione graduata che favorisce la riduzione dell’edema. Questo approccio terapeutico mirato contribuisce al miglioramento del drenaggio linfatico, alla diminuzione del gonfiore e alla promozione della circolazione sanguigna, essenziale per una corretta gestione delle condizioni edematose.

In conclusione, il bendaggio elastocompressivo rappresenta una componente preziosa della terapia decongestionante complessa, offrendo benefici significativi nella gestione dei linfedemi, flebolinfedemi e lipedemi, quando utilizzato in combinazione con altre modalità terapeutiche mirate. È importante consultare un medico per una valutazione precisa e una prescrizione appropriata prima di iniziare qualsiasi trattamento di questo tipo.

Linfodrenaggio e Bendaggio Elastocompressivo per il Linfedema

Nel nostro centro Auxologico, ci prendiamo cura del tuo benessere attraverso un percorso di trattamento mirato e personalizzato. La tua strada verso il recupero inizia con una visita specialistica condotta da uno dei nostri esperti professionisti, che può essere un fisiatra, un chirurgo vascolare, un angiologo o un ortopedico. Durante questa fase iniziale, valutiamo attentamente le condizioni del tuo sistema linfatico e sviluppiamo un piano terapeutico su misura che potrebbe includere il linfodrenaggio e il bendaggio elastocompressivo.

Una volta definito il piano terapeutico, ti affidiamo al nostro team di fisioterapisti altamente qualificati. Durante il primo incontro, il fisioterapista svolge una dettagliata valutazione e conduce un colloquio approfondito per comprendere i tuoi obiettivi, le tue condizioni individuali e le tue preferenze personali. Basandoci su queste informazioni, definiamo un programma riabilitativo personalizzato che mira a garantire il tuo completo recupero.

Il trattamento fisioterapico prevede sessioni di linfodrenaggio manuale e applicazione di bendaggi elastocompressivi, finalizzati a ridurre l’edema e migliorare la tua circolazione. Inoltre, ti guidiamo attraverso esercizi attivi specifici che potenziano gli effetti benefici del trattamento.

Al termine del percorso riabilitativo, ti forniamo preziosi consigli sulla gestione autonoma del disturbo e sulle strategie comportamentali da adottare per mantenere i risultati ottenuti nel tempo. E’ importante che il paziente con linfedema continui a godere dei benefici del linfodrenaggio e del bendaggio elastocompressivo anche al di fuori delle sedute terapeutiche, garantendoti un benessere duraturo e duraturo.

Ansia, panico e fobie


ANSIA, PANICO E FOBIE.
della dott.ssa Elena Ercolani.

L’ansia è innata, fa parte della natura umana ed è la normale risposta del nostro organismo che si prepara ad affrontare ciò che avverte come pericolo. Quando l’ansia è moderata risulta utile, permettendoci di reagire tempestivamente. Può diventare un reale problema quando è eccessiva rispetto alla situazione o quando perdura nel tempo, al punto che fare la cosa più semplice può comportare uno sforzo enorme (guidare, andare ad un appuntamento, frequentare luoghi affollati…).
I disturbi d’ansia sono molto comuni: ne soffre circa una persona su 20. Quando l’ansia diventa un disturbo psicologico può avere gravi ripercussioni sulla qualità della vita di chi ne soffre. Si tenderà, infatti, ad evitare le situazioni limitando la proprio vita privata e professionale.
Recenti studi hanno dimostrato che, tra i trattamenti psicologici e farmacologici, la terapia cognitiva comportamentale si è dimostrata la più valida nei disturbi ansiosi anche attraverso l’ individuazione dei pensieri disfunzionali e l’ insegnamento di tecniche cognitivo- comportamentali per contrastarle.