La sofferenza che si cristallizza nel tempo: I disturbi depressivi 

Articolo a cura della Dott.ssa Elena Venturelli – psicologa –

Un’interessante definizione di questi disturbi viene data da Karl Jasper agli inizi del Novecento nel suo famoso libro “Psicopatologia generale”. In questo l’autore definisce con il termine melanconia quello stato di profonda e immotivata tristezza e inattività che coinvolge tutto l’organismo. In questo stato la persona esprime la voglia di non fare nulla, ciò è percepito soggettivamente in modo estremamente doloroso dall’individuo stesso, ma emerge in maniera oggettiva anche nelle persone che lo circondano. In questo malessere la persona coinvolta si lamenta di questa profonda sensazione di vuoto e di inattività, presentando una notevole difficoltà nell’intraprendere qualsiasi tipo di attività, si sentono inadeguati, insufficienti. Il mondo appare ai loro occhi come grigio spento, vedono sempre il lato negativo delle cose, colpevolizzandosi per il proprio passato e avendo un’estrema paura per il futuro e per ciò che potrà accadere loro. Il presente è visto come piatto, privo di alcun stimolo (Jasper, 1913).

La Melanconia secondo Karl Jasper

Karl Jasper, nei suoi scritti del Novecento, descrive la melanconia come uno stato di profonda tristezza e inattività, coinvolgendo tutto l’essere umano. Questo stato, caratterizzato da una sensazione di vuoto e inadeguatezza, può portare a una visione negativa del mondo e a una costante preoccupazione per il passato e il futuro.

La Diversità nell’Esperienza della Melanconia

Gli individui sperimentano la melanconia su un continuum, con alcuni che si focalizzano principalmente sui propri stati corporei. Tuttavia, non tutti i pazienti depressi seguono questo modello.

La Difficoltà nel Chiedere Aiuto

Alcune persone che si suicidano non presentano una storia di depressione. Questo potrebbe essere dovuto alla difficoltà nel chiedere aiuto, percepita come una minaccia alla propria immagine e al proprio status sociale.

La Teoria di Arciero e Bondolfi

Secondo questa teoria, la modalità di emozionarsi può influenzare lo sviluppo della sintomatologia depressiva. Nei soggetti orientati all’interno, la depressione può derivare da un senso di fallimento personale, mentre nei soggetti orientati all’esterno, può derivare da un cambiamento improvviso nella situazione.

Rievocazione di Eventi Negativi

Le persone possono ricordare eventi negativi in prima o terza persona. Questi diversi approcci attivano diverse aree cerebrali e possono influenzare l’emozionalità del ricordo.

Applicazioni Cliniche della Ricerca

Studi sull’efficacia della Deep Brain Stimulation (DBS) dimostrano il ruolo di alcune aree cerebrali nella depressione, mentre farmaci antidepressivi come la paroxetina agiscono su queste stesse aree.

Correlati Anatomici del Dolore

Alcune aree cerebrali sono coinvolte sia nel dolore fisico che in quello psicologico/sociale, suggerendo una connessione tra la protezione fisica e sociale nell’evoluzione.

Considerazioni Finali

Sebbene un ricordo distaccato possa attenuare l’impatto emotivo degli eventi negativi, l’approccio terapeutico basato sull’addestramento delle strategie di rievocazione potrebbe aumentare le alterazioni dell’identità personale.

In sintesi, la comprensione delle basi biologiche e psicologiche della melanconia può guidare l’intervento terapeutico verso approcci più efficaci e centrati sul paziente.  

BIBLIOGRAFIA 

Arciero, G. (2012). e Bondolfi, G. (2009). Selfhood, Identity and Personality Styles

Benabid, A. L. (2003). Deep brain stimulation for Parkinson’s disease. Current opinion in neurobiology, 13(6), 696-706. 

Benabid, A. L., Le Bas, J. F., & Pollak, P. (2003). Apport thérapeutique et physiopathologique de la stimulation des structures cérébrales profondes dans la maladie de Parkinson. Bulletin de l’Académie nationale de médecine, 187(2), 305-322. 

Botteron, K. N., Raichle, M. E., Drevets, W. C., Heath, A. C., & Todd, R. D. (2002). Volumetric reduction in left subgenual prefrontal cortex in early onset depression. Biological psychiatry, 51(4), 342-344. 

Drevets, W. C., Bogers, W., & Raichle, M. E. (2002). Functional anatomical correlates of antidepressant drug treatment assessed using PET measures of regional glucose metabolism. European Neuropsychopharmacology, 12(6), 527-544. 

Greicius, M. D., Flores, B. H., Menon, V., Glover, G. H., Solvason, H. B., Kenna, H., … & Schatzberg, A. F. (2007). Resting-state functional connectivity in major depression: abnormally increased contributions from subgenual cingulate cortex and thalamus. Biological psychiatry, 62(5), 429-437. 

Jasper, K. (1913). Psicopatología general EFC, México 2014. Jiménez, J.(2012). Manual Práctico del Perfil Criminológico

Kross, E. (2009). When the Self Becomes Other: Toward an Integrative Understanding of the Processes Distinguishing Adaptive Self‐reflection from Rumination. Annals of the New York Academy of Sciences, 1167(1), 35-40. 

Kross, E., & Ayduk, Ö. (2009). Boundary conditions and buffering effects: Does depressive symptomology moderate the effectiveness of self-distancing for facilitating adaptive emotional analysis?. Journal of Research in Personality, 43(5), 923-927. 

Liccione, D. (2019). Psicoterapia cognitiva neuropsicologica. Bollati Boringhieri. 

MacLean, D. A., & Ebert, P. (1999). The impact of hemlock looper (Lambdina fiscellaria fiscellaria (Guen.)) on balsam fir and spruce in New Brunswick, Canada. Forest Ecology and Management, 120(1-3), 77-87. 

Mayberg, H. S., Lozano, A. M., Voon, V., McNeely, H. E., Seminowicz, D., Hamani, C., … & Kennedy, S. H. (2005). Deep brain stimulation for treatment-resistant depression. Neuron, 45(5), 651-660. 

Nolen-Hoeksema, S. (2000). The role of rumination in depressive disorders and mixed anxiety/depressive symptoms. Journal of abnormal psychology, 109(3), 504. 

Ray, R. D., Ochsner, K. N., Cooper, J. C., Robertson, E. R., Gabrieli, J. D., & Gross, J. J. (2005). Individual differences in trait rumination and the neural systems supporting cognitive reappraisal. Cognitive, Affective, & Behavioral Neuroscience, 5(2), 156-168. 

Schacter, D. L., Addis, D. R., & Buckner, R. L. (2007). Remembering the past to imagine the future: the prospective brain. Nature reviews neuroscience, 8(9), 657-661.  

Singer, T., Seymour, B., O’doherty, J., Kaube, H., Dolan, R. J., & Frith, C. D. (2004). Empathy for pain involves the affective but not sensory components of pain. Science, 303(5661), 1157-1162. 

Lo sviluppo dell’autoregolazione attraverso il linguaggio

A cura della dott.ssa Alessia Bandettini – Psicologa –

Torniamo a parlare di autoregolazione!

Abbiamo già visto che quando parliamo di autoregolazione facciamo riferimento alla capacità di regolare se stessi e di conseguenza il proprio comportamento, i propri pensieri e le proprie emozioni. Abbiamo anche visto che la capacità di autoregolazione migliora con la crescita. Infatti si verificano progressi significativi tra i 3 e i 6 anni.

Ma come avviene lo sviluppo dell’autoregolazione nei bambini più piccoli? Ci sono altre capacità che hanno a che fare con il suo sviluppo?

Ci sono tanti elementi che influenzano lo sviluppo dell’autoregolazione. Oggi però ne approfondiamo uno in particolare. Infatti sembra che lo sviluppo dell’autoregolazione sia strettamente connesso al linguaggio. Il bambino, infatti, in un primo momento si regola grazie ai comandi linguistici dei genitori (o di altre figure significative). In assenza di essi, il bambino non è in grado di regolarsi da solo. Quando diciamo a un bimbo molto piccolo (nel primo anno di vita) di non toccare qualcosa, lui (o lei) riesce a controllare il proprio comportamento solo nel momento in cui il comando è pronunciato e il genitore è presente. Mentre quando il bambino resta solo, non è in grado di rievocare l’indicazione e quindi di seguirla. Se in queste situazioni i bambini ci disubbidiscono, quindi, non è per dispetto, ma semplicemente perché le capacità di autoregolazione necessarie non sono ancora sufficientemente sviluppate.

Seconda fase dello sviluppo dell’autoregolazione

In un secondo momento, che va da 1 a 4/5 anni, il bambino inizia a fare suoi i comandi espressi abitualmente dagli adulti significativi e li usa per regolarsi autonomamente; per farlo, si serve del “linguaggio autodiretto”: il bimbo pianifica ad alta voce le sue attività (es: “adesso metto a posto la macchinina”) e, sempre a voce alta, esplicita divieti e proibizioni (es: “no, questo non si fa”). In questo modo si aiuta nella regolazione del proprio comportamento e delle proprie emozioni. Se ci pensiamo, capita anche a noi a volte di usare la nostra voce per regolarci, soprattutto nei momenti in cui siamo più stanchi.

Infine, verso i 5-6 anni il linguaggio autodiretto viene progressivamente interiorizzato: il bambino non ha più bisogno di parlare ad alta voce per regolarsi.

L’aspetto interessante è che l’autoregolazione inizia a svilupparsi grazie all’uso del linguaggio. Soprattutto all’interno di relazioni sociali significative con i genitori o con altre figure significative. Quindi per una buona autoregolazione è importante una buona relazione (oltre alla componente linguistica).

Conosciamo la Mindfullness

A cura della dott.ssa Alessia Bandettini – Psicologa –

Sempre più spesso oggi si sente parlare di mindfulness: in ambito medico, psicologico, aziendale, sportivo… Ma sappiamo davvero che cos’è?

Con il termine “mindfulness” facciamo riferimento all’essere consapevoli e completamente calati nel momento presente, nel qui e ora. Nella società multitasking in cui siamo immersi, facciamo molta fatica a vivere il presente: siamo spesso presi dalle mille attività che dobbiamo svolgere, dai compiti da portare a termine, dalle preoccupazioni per il futuro e dalle rimuginazioni sul passato. Per il qui e ora c’è poco spazio. Alla lunga, però, tutto questo è difficilmente sostenibile senza un costo da pagare. Purtroppo, questo costo spesso è rappresentato da un aumento dei livelli di ansia e di stress, che si possono tradurre anche in un calo della motivazione e dell’autostima. Praticare la mindfulness, invece, ci permette di abbandonare molti dei comportamenti automatici che mettiamo in atto quotidianamente senza rendercene conto e che possono essere nocivi, sostituendoli con scelte più funzionali e consapevoli (per esempio, interrompere l’abitudine di pranzare velocemente leggendo le e-mail di lavoro e iniziare a farlo con la consapevolezza di quello che abbiamo nel piatto, lasciando da parte cellulare o computer); abbandonare i nostri giudizi, anche e soprattutto verso noi stessi, iniziando a praticare una forma di gentilezza amorevole. Tutto questo ci porta a vivere un’esperienza di vita più ricca, piena e completa.

Erroneamente, a volte la mindfulness viene considerata una tecnica di rilassamento, come il training autogeno. In realtà non è così: sebbene sicuramente l’escludere dalla nostra mente i pensieri stressanti e intrusivi per concentrarsi solo sul presente porti facilmente a una situazione di maggiore rilassamento, lo scopo della mindfulness è la consapevolezza del qui e ora.

La mindfulness può essere praticata secondo due modalità: la prima fa riferimento alla cosiddetta pratica formale, che consiste in una serie di tecniche meditative che richiedono di ritagliarsi del tempo per fermarsi e prestare attenzione ad aspetti come il respiro, suoni esterni, i propri pensieri, le proprie emozioni, le proprie sensazioni…

Una seconda modalità è quella della pratica informale, che può essere praticata in qualunque momento della giornata: consiste nel prestare una nuova attenzione a tutte quelle attività che generalmente svolgiamo inserendo il “pilota automatico”. Possiamo dunque vedere con occhi nuovi attività che normalmente eseguiamo senza pensare e tornare a goderne appieno, come una passeggiata, un pasto, una doccia calda…

Sebbene affondi le sue radici nel mondo orientale, e in particolare nelle pratiche meditative buddiste, in tempi più recenti è entrata a far parte anche della cultura occidentale. Negli anni ‘80, dopo un’esperienza di meditazione con un missionario Zen, Jon Kabat-Zin, biologo statunitense e professore alla facoltà di medicina dell’Università del Massachussetts, si rese conto del ruolo che la mindfulness poteva avere nel trattamento di ansia, stress e dolori cronici ed elaborò un programma chiamato Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), che rimane ad oggi uno dei più validati dal punto di vista scientifico.

In ambito psicologico e psicoterapeutico, l’impiego della mindfulness segue diverse vie, che spaziano dall’applicazione di determinati protocolli o training (molto utili soprattutto in determinate condizioni psicopatologiche) all’utilizzo di qualche tecnica in seduta, fino alla promozione di una maggiore consapevolezza in maniera non strutturata da parte dello psicologo o dello psicoterapeuta

Cos’è l’autoregolazione

A cura della dott.ssa Alessia Bandettini – Psicologa –

Ogni giorno, per qualunque attività svolgiamo, l’ambiente esterno ci richiede di regolare le nostre emozioni, il nostro comportamento e i nostri processi cognitivi in funzione delle sue richieste. Queste richieste possono essere le più disparate: rimanere attenti in classe durante una lezione noiosa, restare calmi in una situazione che ci fa arrabbiare, aspettare il proprio turno prima di parlare, fare una strada alternativa quando quella che percorriamo di solito per andare in ufficio è chiusa per lavori… Tutto questo è reso possibile dalla nostra capacità di autoregolazione.

Ma che cos’è l’autoregolazione? L’autoregolazione, come si può intuire dalla parola stessa, è la capacità di regolare se stessi, quindi il proprio comportamento, le emozioni e il funzionamento cognitivo, al fine di raggiungere un obiettivo di interesse. Attenzione, avere una buona autoregolazione non significa essere rigidi e controllati, ma semplicemente poter interagire con l’ambiente in maniera “libera”, senza essere sopraffatti dagli impulsi e dagli automatismi.

Autoregolarsi, però, può essere faticoso, richiede risorse. Dopo un’intera giornata di lavoro o di lezioni siamo più stanchi e può essere difficile rimanere concentrati o non dare una rispostaccia a chi ci infastidisce. E se è così difficile per noi adulti, che siamo “allenati” da tutta la vita, pensiamo un po’ per i bambini! L’autoregolazione, infatti, migliora con la crescita: da un lato, l’area del cervello responsabile di queste capacità (la corteccia prefrontale) continua a svilupparsi fino all’adolescenza, con un conseguente miglioramento delle abilità che controlla e un incremento delle risorse disponibili; dall’altro, grazie all’esperienza e all’interazione con gli adulti e con i pari, il bambino impara sempre nuove strategie per regolarsi meglio. Oltretutto, le capacità di autoregolazione possono essere ulteriormente stimolate e potenziate attraverso attività specifiche. Altri fattori che possono influenzare lo sviluppo dell’autoregolazione, in positivo e in negativo, sono anche il tipo di educazione ricevuta (per esempio, uno stile educativo troppo rigido e coercitivo paradossalmente può peggiorare l’autoregolazione del bambino), l’ambiente familiare e scolastico e lo status socioeconomico (spesso a status socio-economico basso possono corrispondere inferiori capacità di autoregolazione, soprattutto nel caso in cui il bambino non riceva abbastanza stimoli). Ovviamente nessuno di questi fattori è determinante nello sviluppo dell’autoregolazione in maniera causale, ma possono incidere come fattori di rischio o di protezione.

É interessante sapere anche che i progressi più significativi si hanno tra i 3 e i 6 anni e che le abilità apprese in questa fascia d’età hanno un’influenza su diverse aree (come ad esempio quella scolastica) anche in età più avanzata. Saperlo ci può aiutare a sostenere al meglio lo sviluppo dell’autoregolazione nei nostri bambini!

Sei una persona assertiva?

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – psicologa –

L’assertività è una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

Secondo gli psicologi statunitensi Alberti ed Emmons, si definisce come un comportamento che permette a una persona di agire nel proprio pieno interesse, di difendere il proprio punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i propri diritti senza ignorare quelli altrui.

Per comportamento assertivo o affermativo si intende un comportamento sociale che implica un’onesta espressione dei propri sentimenti, bisogni, preferenze, opinioni, critiche, etc., in modo socialmente adeguato e senza imbarazzo o sentimenti di colpa.

La persona assertiva agisce per ottenere ciò che desidera e ritiene opportuno per sé, pur rispettando i diritti (e non necessariamente i desideri) degli altri. Ha poca ansia o imbarazzo nei rapporti con le altre persone, e conserva una buona opinione di sé, anche quando non riesce a raggiungere il proprio obiettivo (non si denigra, non mette in discussione il proprio valore, anche se ha un episodio di “fallimento”, o non successo).

Possiamo considerarci assertivi se:

1. Sappiamo riconoscere ed esprimere le nostre emozioni

2. Siamo onesti con noi stessi e con gli altri

3. Viviamo relazioni in modo aperto e disponibile

4. Rispettiamo la nostra salute

5. Accettiamo il punto di vista altrui

6. Non giudichiamo

7. Non inferiorizziamo o colpevolizziamo gli altri

8. Ascoltiamo gli altri, ma decidiamo in modo autonomo

9. Siamo pronti a cambiare la nostra opinione (non siamo rigidi)

10. Non permettiamo agli altri di manipolarci

11. Non pretendiamo che gli altri si comportino come fa piacere a noi

12. Ricerchiamo la collaborazione di altre persone

13. Ci autovalutiamo in modo adeguato

14. Abbiamo una buona stima di noi stessi

15. Abbiamo un buon senso di autoefficacia.

La persona passiva tende a inibire le proprie emozioni (rabbia, affetto, scontentezza, gioia, amore, etc.) a causa di momenti di imbarazzo, di tensione (ansia), o di sentimenti di colpa.

Si sente spesso “oppressa” e intimorita dagli altri e si scusa eccessivamente, anche quando non è il caso.

E’ inoltre spesso depressa, ha un basso concetto di sé o si vede in balia degli altri.

Il risultato è che una persona che si comporta in maniera passiva difficilmente riesce a soddisfare un suo bisogno e/o desiderio, ad instaurare rapporti con gli altri, a dire la sua opinione, ad accettare un complimento senza sminuirlo, etc.

Possiamo considerarci passivi se:

1. Subiamo gli altri

2. Abbiamo difficoltà nel fare richieste

3. Abbiamo difficoltà nel rifiutare richieste, non riusciamo a dire di “no”

4. Abbiamo difficoltà nel fare o accettare complimenti

5. Abbiamo difficoltà nel comunicare agli altri ciò che pensiamo

6. Abbiamo difficoltà nel comunicare agli altri i nostri sentimenti o ciò che proviamo

7. Cerchiamo di evitare il conflitto

8. Abbiamo difficoltà nel prendere decisioni

9. Abbiamo spesso paura di sbagliare

10. Dipendiamo dal giudizio altrui

11. Abbiamo bisogno dell’approvazione altrui

12. Ci scusiamo spesso anche quando non è il caso

13. Proviamo disagio in presenza di persone che non conosciamo bene

14. Dopo aver “aggredito” una persona, ci sentiamo in colpa

La persona che si comporta in maniera aggressiva riesce spesso a realizzare i suoi desideri, ma a spese degli altri, rovinando così il suo rapporto con loro.

Con più frequenza di altre persone cerca di risolvere situazioni problematiche con la violenza (verbale e fisica), mettendo così a disagio gli altri o offendendoli.

Lascia poco spazio agli altri e tende, anche inavvertitamente, ad imporsi in continuazione. Non ammette quasi mai di avere torto. Le sue “esplosioni” ripetute ne fanno una persona molto spesso evitata dagli altri e, dato il suo scarso successo sociale, una persona generalmente insoddisfatta di sé.

Possiamo considerarci aggressivi se:

1. Vogliamo che gli altri si comportino come fa piacere a noi

2. Non modifichiamo la nostra opinione su qualcuno o qualche cosa

3. Ci capita spesso di scegliere per gli altri senza ascoltare il parere dei diretti interessati

4. Prevarichiamo, dominiamo e manipoliamo

5. Siamo ostili in modo imprevedibile

6. Non accettiamo di poter sbagliare

7. Non chiediamo “scusa” per un nostro eventuale errato comportamento

8. Non ascoltiamo gli altri mentre parlano

9. Manchiamo di obiettività nell’esprimere pareri e valutazioni

10. Non riconosciamo i meriti altrui

11. Interrompiamo frequentemente il nostro interlocutore

12. Giudichiamo gli altri e/o li critichiamo

13. Usiamo “strategie colpevolizzanti o inferiorizzanti”

14. Ci consideriamo i “migliori”

15. Abbiamo scarsa fiducia e stima dei nostri interlocutori, siano essi figli, partner o colleghi.

Shopping compulsivo

A cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa e Psicoterapeuta –

Quando comprare diventa una dipendenza

Lo shopping compulsivo fa parte di quelle che vengono chiamate “nuove dipendenze” . Tale dipendenza dagli acquisti, definita anche come Compulsive Buying Sindrome (CBS), è un disturbo in cui la patologia non risiede nell’atto di comprare, quanto nella forma compulsiva che quest’azione viene ad assumere.

E ’difficile evidenziare il confine tra lo shopping, atto di compensazione praticato dalla maggior parte della popolazione in modo abitudinario ed innocuo, e lo shopping compulsivo che invalida la vita sociale, finanziaria, familiare e relazionale dell’individuo.

Criteri diagnostici della shopping addiction

Tra i criteri utili per diagnosticare lo shopping compulsivo, Susan McElroy (McElroy, S. et al., 1996) identificò:

– il soggetto percepisce l’impulso o il comportamento di acquisto come irresistibile, intrusivo o insensato;

– l’acquisto richiede spesso una spesa al di sopra delle proprie disponibilità economiche o riguarda oggetti futili;

– la preoccupazione o l’impulso provocano un certo stress, determinano una notevole perdita di tempo, interferiscono in modo rilevante con il funzionamento sociale, lavorativo o finanziario;

– il compiere acquisti in maniera troppo eccessiva non si manifesta esclusivamente durante i periodi di mania o ipomania.

Si può quindi affermare che lo shopping compulsivo è un comportamento ripetitivo e incontrollabile, al quale il soggetto non è in grado di sottrarsi nonostante provochi nella sua vita gravi conseguenze a livello finanziario, relazionale e familiare.

Le fasi di un episodio di shopping compulsivo

Si possono identificare alcune fasi durante un episodio di acquisto compulsivo:

• Prima fase: la persona inizia ad avere pensieri, preoccupazioni e senso di urgenza verso l’atto di acquistare, sia in generale sia riguardo un oggetto in particolare. Spesso questa fase è preceduta da emozioni sgradevoli quali tristezza, ansia, noia o rabbia.

• Seconda fase: preparazione all’acquisto, pianificando aspetti come i negozi da visitare, il genere di articoli da ricercare o addirittura il metodo di pagamento che si intende utilizzare.

• Terza fase: shopping compulsivo vero e proprio, in cui la persona acquista in preda all’eccitazione.

• Quarta fase: chiude l’episodio, è quella successiva all’acquisto compulsivo, dopo il quale le precedenti sensazioni di eccitazione ed euforia si tramutano rapidamente in frustrazione, senso di colpa, vergogna e delusione verso se stessi.

Un episodio di shopping compulsivo si organizza intorno a determinati emozioni: stati negativi come ansia e tensione costituiscono gli antecedenti dell’episodio, mentre emozioni spiacevoli quali la frustrazione e il senso di colpa chiudono l’episodio.

Soffro di shopping compulsivo?

La Compulsive Buying Scale è un test che permette di identificare problematiche legate alla dipendenza da shopping, che possono essere identificate come moderate (da 2 a 4 risposte affermative), gravi (fino a 6 risposte affermative), molto gravi (7 risposte affermative)

1. Se ho dei soldi da parte, alla fine del periodo dei pagamenti, devo proprio spenderli.

2. Credo che gli altri sarebbero inorriditi se sapessero delle mie abitudini relative agli acquisti.

3. Compro cose anche se non posso permettermele

4. Firmo un assegno quando so di non avere abbastanza soldi in banca per coprire le spese

5. Compro a me stesso/a delle cose per farmi sentire meglio.

6. Mi sento ansioso/a e nervoso/a i giorni in cui non posso fare shopping.

7. Facci solo pagamenti minimi con le mie carte di credito.

Pensieri limitanti che impediscono la perdita di peso

A cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa e Psicoterapeuta –

PENSIERI LIMITANTI CHE IMPEDISCONO LA PERDITA DI PESO

Perdere peso è un processo che coinvolge diversi livelli personali, dall’immagine di sé all’autostima, alla ricerca del benessere. È molto comune però che ci si approcci alla perdita di peso con alcuni pensieri che possono essere disfunzionali o limitanti. Tra questi possiamo trovare:

1) Separare gli alimenti in buoni o cattivi

Dividere gli alimenti in cattivi, perché molto calorici, e buoni, in quanto poveri di calorie, oltre ad essere una dicotomia superficiale e spesso dannosa, fa sì che gli alimenti “vietati” diventino anche i più desiderabili. Si tratta di un processo psicologico che è però in grado di innescare reazioni fisiologiche, come la fame e l’eccitazione al solo pensiero dei cibi proibiti.

Per questa ragione, una maggiore rigidità nel regime alimentare alimenta il desiderio dei cibi “proibiti” mentre la possibilità di godersi un determinato alimenti in maniera controllata renderà più facile la rinuncia in altri momenti della giornata.

2) Credere che una dieta molto restrittiva possa durare nel tempo

Una dieta restrittiva pensata per dimagrire richiede sforzi e sacrifici, che non possono essere sostenuti nel tempo (il 95% delle persone che seguono una dieta ipocalorica riacquista il peso originale). L’obiettivo a cui si dovrebbe puntare è quello di seguire un regime alimentare sano e il più possibile gratificante.

3) Utilizzare il cibo per calmare stress e ansia

Lo stress della vita quotidiana può avere come conseguenza la ricerca di cibo. Questo accade soprattutto a fine giornata, quando si esce da lavoro o quando si cerca di calmare un’emozione negativa, mangiando. La fame “emotiva” o nervosa quindi è un bisogno che il nostro cervello percepisce come fisico ma non è reale: bisogna imparare a gestire le proprie emozioni per non cadere nella trappola.

4) Pensare in modo dicotomico: “tutto o niente”

In un pensiero di tipo dicotomico le persone o percepiscono di avere il controllo completo della dieta, senza potersi concedere il minimo piacere, o si lasciano andare del tutto, concedendosi ogni tipo di eccesso.

Questa modalità è chiamata “Ciclo del Dieting o Dieta Cronica Restrittiva”, in cui si passa da fasi di restringimento alimentare estremamente forzato, all’aumento della fame, all’abbuffata del pensiero tutto-niente, al senso di colpa che riporta inevitabilmente alla restrizione, rinforzando il circolo vizioso.

5) Rinunciare alle sensazioni

È l’atto di troncare tutti i piaceri per evitare la tentazione, comprese le occasioni sociali, le cene con gli amici, gli aperitivi, per paura di “perdere il controllo”. Evitare queste “tentazioni” rischia anche di provocare un danno.

6) Fare sport per dimagrire e non per piacere

Fare sport può essere un ottimo modo per lasciare andare le tensioni e ristabilire emozioni positive. Ovviamente, non deve essere vissuto come una lotta che costringe a bruciare più di quello che si mangia. Il risultato di una dinamica di “consumo di calorie” è spesso il collasso, con cessazione dell’attività fisica, aumento di peso e sensazioni di fallimento annessi.

Per concludere, solo un approccio globale (corporeo, emotivo e psicologico) permetterà di liberarsi dai pensieri limitanti e di perdere peso e alimentarsi in modo sano.

Sindrome dell’impostore

A cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa –

La sindrome dell’impostore è l’esperienza psicologica a causa della quale si è portati a credere che i propri risultati, formativi o professionali, non siano merito delle proprie capacità, bensì di fattori esterni come la fortuna, l’essere “nel posto giusto al momento giusto” o la manipolazione delle impressioni delle altre persone, il famoso “essere bravo a vendersi”.

La persona si sente quindi incompetente e pensa di aver ingannato gli altri rispetto le proprie capacità, provando, di conseguenza, senso di colpa, paura del giudizio e sentimenti di essere indegno o incapace.

Questo fenomeno venne osservato per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe Clance e Imes in un gruppo di donne studentesse e professioniste ma, da ricerche successive, è emerso che il fenomeno si riscontra in molte persone, uomini e donne, che hanno una formazione superiore e ricoprono ruoli anche prestigiosi, in diversi campi.

La sindrome dell’impostore sembra essere associata a caratteristiche psicologiche come l’introversione, l’ansia di tratto, la bassa autostima, la tendenza alla vergogna e ad esperienze familiari conflittuali e di scarso supporto emotivo.

Questo fenomeno è spesso accompagnato da preoccupazioni, depressione e ansia che derivano dallo stress e dall’eccessivo autocontrollo al quale la persona si sottopone per poter essere sempre all’altezza.

Rivolgersi a uno psicoterapeuta permette di riuscire a diventare consapevoli dei propri meccanismi di funzionamento e dei propri pensieri disfunzionali.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale potrà aiutare ad intervenire da un punto di vista cognitivo per individuare, esaminare, discutere e riformulare tutte le credenze erronee (es. “vale solo chi non fa errori”) e i pensieri irrazionali automatici (es. “ho preso quel voto all’esame perché sono stato fortunato, non valgo niente”) che mantengono la sindrome.

Attraverso l’intervento comportamentale si potranno superare i sentimenti di inadeguatezza e vergogna, nonché la necessità di dipendere dal giudizio positivo degli altri, acquisendo maggiore fiducia in sé stessi.

Quando uscire di casa diventa difficile

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa –

Isolamento sociale e ritiro

Ci possono essere diversi motivi per cui una persona decida di isolarsi dal mondo e vivere un ritiro sociale. Ovviamente, prima fra tutte può esserci la paura, delle relazioni o di mettersi in gioco, ma potrebbe essere un sintomo anche di alcune patologie come la depressione, l’apatia, la clinomania o la cosiddetta sindrome di Hikikomori.

Apatia

Se la frase “non ho voglia di fare niente” risulta familiare, si potrebbe essere davanti ad un caso di apatia.

I tre sintomi dell’apatia in generale sono:

1. Non aver voglia di fare niente: niente stimola l’interesse di una persona apatica, c’è isolamento da qualsiasi responsabilità o relazione sociale

2. Mancanza di energie e stanchezza cronica: l’apatia, se prolungata, può portare a gravi conseguenze, sia di umore che neurologiche.

3. Mancanza di motivazioni dell’agire: chi soffre di apatia non prova emozioni, e pertanto questo tipo di patologia si differenzia dall’ansia e dalla depressione, perchè non vi è mai nessuna crisi di alcun tipo, solo l’indifferenza.

Per uscire dall’apatia, il consiglio principale è sicuramente quello di chiedere aiuto ad un terapeuta che aiuterà la persona a ritrovare la motivazione persa. Tuttavia, alcuni consigli per riscoprire la motivazione possono essere:

• Trovare uno scopo, più facilmente qualcosa che non si conosce e che possa sembrare interessante e che sia al di fuori della comfort zone.

• Non cercare la perfezione perchè non esiste: ognuno ha i propri fallimenti e i propri difetti.

• Non lasciarsi sopraffare dallo stress, cercando di mantenere l’autocontrollo.

Sindrome di Hikikomori

Si tratta di un fenomeno nato in Giappone per il quale, soprattutto gli adolescenti decidono di chiudersi, per mesi se non anni, nella propria stanza, senza avere contatto con l’esterno, se non attraverso la “finestra” che offre internet.

Bassa autostima, paura del fallimento e timore delle relazioni sociali sono sintomi che, in questo caso, non devono essere confusi con la pigrizia, soprattutto se questa situazione dura per molti mesi e se internet rappresenta l’unico contatto con il mondo esterno.

Hikikomori in giapponese significa “ragazzi accartocciati”, che si rinchiudono nella loro stanza e non parlano né interagiscono con nessuno se non attraverso supporti telematici.

Capire questo disagio include non solo approfondire il contesto psicologico individuale, ma anche il contesto sociale che nasconde dietro questo comportamento, in cui la tecnologia è quindi un sintomo di un disagio fisico e mentale profondo.

Clinomania

Si tratta della voglia irrefrenabile non alzarsi dal letto, per potersi sentire al sicuro. È un modo per non dover affrontare ciò che si trova al di fuori della propria stanza e nel mondo esterno.

Questo disturbo può presentarsi in periodi di forte stress, può essere il sintomo di una depressione o, in particolar modo, della depressione post partum.

Depressione

Un altro caso in cui l’isolamento sociale è sintomo di una patologia maggiore è il caso della depressione.

Questa può manifestarsi con il fatto di non riuscire a uscire più di casa, ma anche con l’incapacità di alzarsi dal letto. La depressione di questo tipo deriva probabilmente da problematiche profonde, come l’ansia sociale, senso di solitudine o bassa autostima.

La depressione può portare a conseguenze molto serie, quindi qualora si provasse profonda tristezza, con disturbi d’ansia e problematiche ad uscire di casa o alzarsi dal letto, il consiglio è quello di chiedere aiuto e contattare un terapeuta per iniziare una terapia.

Stare tutto il tempo a casa ha conseguenze negative sul nostro benessere psico-fisico e quando diventa un’abitudine è imprescindibile chiedere aiuto e supporto medico o psicologico.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista “Current Biology”, quest’abitudine può causare un aumento della possibilità di soffrire d’ansia e d’insonnia. Secondo gli studiosi dell’University of Colorado at Boulder, infatti, la luce del sole ci serve per regolare i nostri ritmi biologici e, di conseguenza, anche quelli del sonno. L’esposizione unicamente all’illuminazione elettrica, invece, può aumentare il rischio di soffrire di disturbi del sonno, ansia, depressione, obesità e carenza di vitamina D.

Per questo, diversi studi consigliano di stare all’aperto almeno 45 minuti al giorno, preferibilmente di mattina e a contatto con la natura. Queste difficoltà possono colpire non solo chi soffre di un determinato disturbo psicologico ma anche chi è costretto a lavorare in casa tutto il giorno, soprattutto in questo periodo di smart working. L’auto-reclusione e il ritiro sociale, infine, hanno effetti negativi anche sulle nostre capacità sociali.

Valuta la tua autostima

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa –

Definire cosa sia l’autostima è complesso in quanto si tratta di un aspetto che coinvolge diverse componenti:

1. una parte cognitiva, ovvero la conoscenza che la persona ha di sé in base alle esperienze vissute,

2. una parte affettiva, che ha a che fare con le emozioni e sentimenti e può variare a seconda della stabilità o meno degli affetti

3. una parte sociale, che si forma grazie all’approvazione o meno dell’ambiente.

È possibile autovalutare rapidamente la propria autostima, attraverso le seguenti affermazioni, rispondendo sommando i punteggi come descritto:

1. Credo di essere una persona apprezzabile, almeno nella stessa misura degli altri.

(Scegli tra: pienamente d’accordo = 4; d’accordo = 3; in disaccordo = 2; profondamente in disaccordo = 1)

2. Sono convinto di avere buone qualità.

(Scegli e somma i punti con la risposta precedente: pienamente d’accordo = 4; d’accordo = 3; in disaccordo = 2; profondamente in disaccordo = 1)

3. Sono capace di fare bene le cose come la maggior parte delle persone.

(Scegli e somma i punti con le risposte precedenti: pienamente d’accordo = 4; d’accordo = 3; in disaccordo = 2; profondamente in disaccordo = 1)

4. Ho un atteggiamento positivo verso me stesso.

(pienamente d’accordo = 4; d’accordo = 3; in disaccordo = 2; profondamente in disaccordo = 1)

5. In generale, sono soddisfatto di me stesso.

(pienamente d’accordo = 4; d’accordo = 3; in disaccordo = 2; profondamente in disaccordo = 1)

6. Sento di non avere molti motivi per essere orgoglioso.

(pienamente d’accordo = 1; d’accordo = 2; in disaccordo = 3; profondamente in disaccordo = 4)

7. Solitamente, tendo a pensare che sono un fallito.

(pienamente d’accordo = 1; d’accordo = 2; in disaccordo = 3; profondamente in disaccordo = 4)

8. Mi piacerebbe poter avere più rispetto per me stesso.

(pienamente d’accordo = 1; d’accordo = 2; in disaccordo = 3; profondamente in disaccordo = 4)

9. A volte mi sento completamente inutile.

(pienamente d’accordo = 1; d’accordo = 2; in disaccordo = 3; profondamente in disaccordo = 4)

10. A volte sento di non essere una buona persona.

(pienamente d’accordo = 1; d’accordo = 2; in disaccordo = 3; profondamente in disaccordo = 4)

Se la somma dei punteggi è risultata inferiore a 15 stiamo parlando di un’autostima molto bassa.

Se il risultato è compreso fra 15 e 30, la persona ha un’autostima normale, anche se leggermente bassa.

Se sono stati raggiunti i 30 punti l’autostima è equilibrata e salutare, propria di una persona soddisfatta con la sua vita ed emozionalmente stabile.

Se la somma finale è superiore a 30, la persona ha un’autostima molto alta, mentre 40 è il punteggio più alto, che indica che la persona ha un’autostima molto alta, cosa che potrebbe anche essere sintomo di qualcos’altro.

Avere una bassa autostima e soffrire di insicurezza è un problema abbastanza comune che, in molti casi, potrebbe essere legato a determinati momenti della propria vita in cui si sta ancora creando la propria personalità, come per esempio durante l’adolescenza, o in periodi di crisi e dubbi.

Potrebbe però anche capitare che questo concetto si radichi all’interno del sé a causa del proprio vissuto, e si trasformi in una costante. Una visione negativa del sé nel lungo periodo può portare ad avere una scarsa fiducia nei confronti del sé e degli altri e a creare dinamiche negative o tossiche nella propria vita, che non sempre sfociano in disturbi ma possono portare comunque malessere e difficoltà relazionali e sociali.

I principali sintomi di una bassa autostima sono:

• Incapacità decisionale, dovuta ai dubbi rispetto le proprie capacità

• Giudizio critico e negativo costante nei confronti di sé stessi

• Sentire di non meritarsi l’affetto e l’amore delle persone

• Sentirsi sempre vittima o inferiore rispetto agli eventi o alle altre persone

• Cercare costantemente di mettersi in mostra per farsi accettare dagli altri

• Tendenza al pessimismo

• Avere manie di controllo

• Tendere al perfezionismo per arrivare all’ideale che ci si è prefissati

• Invidia nei confronti degli altri

• Senso di colpa e costante giustificazione per le proprie azioni, dovute all’insicurezza

• Insonnia, stanchezza, mal di testa, scarsa motivazione…

Alcune cause di una bassa autostima derivano dai riscontri infantili o adolescenziali. Questi sono i momenti più importanti per la costruzione della propria identità e le cause sono pertanto legate principalmente al rapporto con i genitori, ai rapporti con i pari e alla percezione del proprio corpo.

Esistono alcuni “esercizi” che possono essere messi in atto per migliorare la propria autostima, quali per esempio

1. Consapevolezza e accettazione

Provare ad accettare quello che non ci piace di noi stessi, ripetendo ad alta voce alcune parole, come per esempio: “nonostante questa parte del mio corpo non mi piaccia, la accetto lo stesso perché parte di me”. Esiste un forte vincolo tra autostima e accettazione che porta a una visione di sé e del mondo più positiva.

2. La lista della qualità

Scrivere una lista delle qualità personali per arginare la costante autocritica. Provare ad arrivare ad almeno cinque aggettivi per poi tenerli a portata di mano.

3. Scrivere cose positive prima di andare a dormire

Prima di andare a letto, scrivere tre eventi positivi accaduti durante la giornata che vi hanno fatto sentire soddisfatti di voi stessi.

4. Nuove abitudini

È importante impegnarsi nel creare nuove abitudini, anche piccole cose, che dimostrino come i piccoli gesti possono dare nuove motivazioni e pensieri positivi e costruttivi.

5. Prendersi cura di sé stessi

Un altro punto importante è quello di imparare a prendersi cura di sé stessi sia a livello fisico che mentale. Dedicarsi a sè in maniera costante è un atto di benevolenza e gratitudine verso se stessi.

6. Non procrastinare

Rimandare a domani ciò che si può fare oggi, non fa altro che peggiorare il flusso di pensieri negativi e l’ansia: si può iniziare senza timore tutti quei progetti sempre messi da parte.

7. Fare quello che piace fare

È importante che se qualcosa ci piace e ci fa stare bene continuiamo a farlo, dedicandogli tempo e bloccando i giudizi negativi a riguardo.

8. Frequentare persone che vogliono bene

Cercare di frequentare persone che ti vogliono bene e allontanare le persone tossiche che portano negatività, dolore e comportamenti tossici. Le persone e l’ambiente influenzano l’autostima, quindi cerchiamo di circondarci di persone che ci apprezzano e che siano una base di affetto e amicizia.