Abusi psicologici: cos’è il “gaslighting”

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa –

Esistono varie forme di violenza ma nella maggior parte dei casi i segni e le ferite risultano visibili ed evidenti. Ci sono casi in cui, invece, violenza è più subdola e sottile, difficilmente riconoscibile, e tende a minare aspetti più profondi della psiche delle vittime.

Il “gaslighting” è inquadrabile in questo tipo di violenza. Si tratta di un comportamento altamente manipolatorio messo in atto da una persona abusante per fare sì che la sua vittima arrivi a dubitare di se stessa, della propria sanità mentale e del proprio esame di realtà, arrivando a mettere in discussione le proprie percezioni e valutazioni, a sentirsi dipendente e confusa, fino a convincersi di essere o di stare per diventare pazza.

Il gaslighting è quindi un abuso psicologico di cui la vittima difficilmente si rende conto è in cui lo scopo del gaslighter è quello di privare la vittima dell’autonomia, dell’autostima e della capacità di prendere decisioni, riducendola ad una condizione di dipendenza sia fisica che psicologica, esercitando e mantenendo su di essa controllo e potere.

Questo comportamento è molto frequente nei casi di relazioni di coppia di dipendenza affettiva, e attraversa un processo di manipolazione:

Esistono tre tipologie di gaslighter:

1. il bravo ragazzo che sembra sempre attento ai bisogni della vittima e appare un “controllore” premuroso del suo benessere fino a convincerla che solo lui ha ragione e solo lui conosce veramente ciò di cui lei ha bisogno;

2. l’adulatore che utilizza tutte le sue doti seduttive per influenzare e, infine, imporre il proprio ascendente sulla vittima. Si tratta di una seduzione patologica, usata come strumento manipolativo, per indurre la vittima alla vicinanza emotiva e alla totale fiducia.

3. l’intimidatore che utilizza il rimprovero continuo, il sarcasmo, l’aggressività diretta attaccando la vittima con continue critiche e svalutazioni.

Dal punto di vista giuridico il gaslighting va considerato una forma di abuso psicologico in quanto il tipo di comportamento messo in atto è un sistematico abuso alla salute mentale della vittima, negando fatti, eventi e cose dette al punto da mettere in serio pericolo il benessere emotivo e psicologico di quest’ultima. Proprio per quanto detto finora è difficile che chi è vittima del gaslighter si renda conto della situazione perversa in cui vive e chieda aiuto.

È importante rompere l’isolamento della vittima ed interrompere le dinamiche violente. È allora che può e deve iniziare il percorso di ricostruzione dell’ identità, della fiducia e del senso di sé che porta la vittima a liberarsi da una relazione perversa e dolorosa.

Perché digrigniamo i denti?

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa –

Digrignare i denti dipende in buona parte dallo stress. Spesso all’origine c’è un problema che preoccupa particolarmente o il troppo lavoro mentre a volte è un modo per controllare l’emotività Il termine bruxismo deriva dal greco e significa “digrignare i denti”. È il termine tecnico utilizzato per indicare la tendenza a digrignare e serrare i denti durante il sonno, quando le difese dell’individuo si abbassano. Si tratta di un’attività che l’uomo compie inconsapevolmente, a volte anche durante il giorno. In base alla durata e all’intensità degli episodi, si possono determinare diverse conseguenze quali infiammazioni croniche delle articolazioni mascellari, filature dello smalto dei denti o fratture degli stessi e delle protesi con possibile perdita di otturazioni, gengiviti, dolori alle articolazioni delle mandibole e della muscolatura facciale, mal di testa, emicranie e affaticamento generale quotidiano poiché è intaccata la qualità del riposo notturno. Si tratta di un disturbo del sonno presente, secondo le statistiche, nell’8-9% della popolazione che ha uguale incidenza tra maschi e femmine. Non è stata ancora individuata una causa precisa del disturbo. Numerosi studi hanno dimostrato che è molto frequente nei bambini per ottenere un allineamento corretto tra i denti dell’arcata superiore e quelli dell’arcata inferiore. In altri casi, il digrignamento dei denti può essere dovuto a mal di orecchie o mal di denti ed è altresì presente nei bambini iperattivi. Altri fattori di rischio frequenti nella comparsa del bruxismo sono da attribuire a cause di natura psicologica quali depressione, forti stati di tensione emotiva e stress prolungato. Sul disturbo si può intervenire anche con una terapia psicologica che aiuta il paziente a prendere consapevolezza delle motivazioni che lo spingono a reprimere la propria aggressività, aiutandolo ad attribuire un significato ai propri vissuti emotivi per riuscire ad esprimere l’aggressività nel modo più adeguato, anche attraverso la verbalizzazione

Le relazioni di coppia

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa –

Le relazioni di coppia sono complesse e pongono sfide sempre nuove. Ci sono tuttavia molte abitudini di coppia accettate come “normali”, ma che in realtà sono disfunzionali e poco sane, e andrebbero controllate per far funzionare la coppia al meglio:

1. Litigi intensi

Le discussioni tra i componenti della coppia sono necessarie perché permettono di esprimere ciò che non va e di stabilire dei limiti. È importante tuttavia capire che tipo di litigi mettiamo in atto e se sono presenti insulti e urla e per quanto tempo portiamo avanti tali comportamenti. Un conflitto intenso non è un segno di amore ma potrebbe invece essere un segno di problemi seri e radicati come l’immaturità, l’insicurezza e l’abuso emotivo.

2. Non verbalizzare sentimenti ed emozioni

Anche evitare i conflitti e non comunicare i propri sentimenti è segno che le cose non stanno andando come dovrebbero. Se non si può dire al partner come ci si sente, e non si possono condividere le paure, le ansie e ciò che ci infastidisce, bisogna fare attenzione. Reprimere pensieri ed emozioni potrebbe portare a problemi sempre più grandi e più difficili da risolvere.

3. Aspettarsi che il partner risolva tutti i problemi

Nella coppia spesso si ha la tendenza a credere che l’altro debba riempire il vuoto per farci sentire interi e completi, soddisfando le aspettative e risolvendo i problemi. Ma questo può generare molta frustrazione perché nessuno ha l’obbligo di rendere un’altra persona felice. La felicità, la realizzazione e il benessere dipendono esclusivamente da noi stessi.

4. Gelosia

In modo moderato, la gelosia fa solitamente parte delle relazioni di coppia perché rappresenta la paura di perdere la persona amata ed è solitamente temporanea. È un sentimento che, se non limita i comportamenti o i sentimenti di uno dei due partner, non nuoce alla vita di coppia. Tuttavia, quando questa paura della perdita diventa un’ossessione e genera il possesso esagerato, si parla di gelosia patologica. Spesso, l’alto livello di possessività finisce per distruggere la relazione.

5. Controllare il comportamento online dell’altro

Molte persone credono che sia normale spiare il cellulare, la posta elettronica o i social network del proprio partner per controllare se c’è qualcosa di sospetto. Tuttavia, condividere la propria vita con qualcuno, non significa che l’indipendenza e la privacy non debbano essere rispettate. Le relazioni sane richiedono una fiducia assoluta. Quando si sente il bisogno di perseguitare il proprio partner, spiando o controllando, si dovrebbe lavorare sulla propria autostima e sulle propria insicurezze, o persino riconsiderare la relazione.

6. Deridere l’altro

È salutare per le coppie prendersi in giro a vicenda, perchè può essere un modo per aumentare l’intimità e rendere la convivenza più divertente. Tuttavia, a seconda del tono di voce, del linguaggio del corpo e dell’intenzione, se feriscono l’altro possono anche trasformarsi in disprezzo e mancanza di rispetto.

7. Punire con il silenzio

Comportamento molto comune di chi assume un atteggiamento passivo aggressivo, si manifesta quando non si esprime ciò che si sente (per esempio la rabbia) perché si preferisce “punire con il silenzio” e aspettare che l’altro chieda cosa c’è che non va o che si scusi per qualcosa che potrebbe non essere sicuro di aver fatto. Ci sono invece alcune piccole abitudini che possiamo imparare a mettere in atto per permettere alle relazioni di prosperare:

1. Dare importanza al partner

Parte dall’essere consapevole del fatto che il partner è il complemento che migliora la vita e produce benessere; bisogna quindi cercare di dare l’attenzione che merita a quella persona speciale. Dobbiamo ricordare che un partner non è un ostacolo, ma al contrario è un supporto. Se il partner rappresenta un problema che si deve affrontare, evidentemente la relazione non sta più andando bene.

2. Ridere insieme

All’inizio di una relazione la risata è uno dei motori fondamentali, ma diventa ancora più importante quando la vita di coppia diventa un’abitudine. Bisogna fare in modo che le responsabilità, il lavoro e tutto il resto non privino la vita di coppia di quell’essenza iniziale, divertente e piacevole. Bisogna cercare di non confondere la maturità con la serietà.

3. Comunicare in coppia

Sappiamo bene che nessuno è perfetto e che può capitare a tutti di avere, per esempio, un periodo negativo o di stress, ma proprio per questo motivo la comunicazione è fondamentale: serve a dialogare, a dire come ci sentiamo, ad esprimere ciò che ci piace e ciò che non ci piace.

4. Provare cose nuove

Cerchiamo di non trasformare la relazione in qualcosa di scontato e quotidiano: si può cercare di cambiare la routine, andare in posti nuovi, fare insieme esperienze nuove, cambiare i programmi, cercare di essere spontanei.

5. La perfezione non esiste

Le cose funzionano se tutti i tasselli sono in equilibrio; è assolutamente normale che spesso si presenti un ostacolo. Come esseri umani commettiamo errori e da questi apprendiamo: la frase “nessuno è perfetto” implica che dobbiamo imparare di essere tollerante con il partner e imparare da lui/lei.

Come gestire i pensieri negativi

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa –

Il pensiero e il ragionamento sono ciò che ci differenzia dalle altre specie e ciò che definisce la direzione della nostra esistenza. Gli studi di neuroscienze hanno stabilito che un essere umano ha circa 60.000 pensieri al giorno. Molti di essi però sono negativi, automatici, ripetitivi e relativi al passato.

Molto spesso, purtroppo, è come se sentissimo una voce interiore che ci dice, senza sosta, frasi come:

• “Sono un fallimento in tutto quello che faccio”;

• “Mia madre aveva ragione su di me”;

• “Non ha senso, non funzionerà”;

• “Non riesco a trovare il mio portafoglio. Sto diventando vecchio “;

• “Sembra arrabbiato, deve essere colpa mia”;

• “Sono grasso e non perderò mai peso”

• “Non sono abbastanza bravo”;

• “Non potrò cambiare lavoro. Ci sono persone molto migliori di me”;

• “Sono brutto e nessuno mi amerà”;

• “Finirà male”.

I pensieri automatici negativi possono essere molto dannosi e possono riguardare tutte le sfere della nostra vita.

Quando la negatività si innesca, dà il via ad un circolo vizioso in cui i pensieri negativi rafforzano le emozioni negative, che a loro volta producono azioni negative. Se il ciclo non viene interrotto, genererà inevitabilmente un effetto fisico e psicologico sulla persona che ne fa esperienza.

Esistono un’infinità di pensieri negativi dai quali possiamo essere assaliti ma quelli che si sviluppano con maggiore frequenza possono avere i seguenti tipi di contenuto:

• Visione negativa di sé stessi: le persone tendono ad avere una bassa autostima e un’opinione di sé stessi negativa se paragonata agli altri. Si sentiranno sempre meno affascinanti, intelligenti, capaci degli altri e si ricorderanno sempre episodi in cui si sono sentiti esclusi, concludendo che il mondo starebbe meglio senza di lui.

• Giudizi e autocritica: in questo caso la persona si concentra principalmente unicamente sugli errori e sul fatto di non essere abbastanza. Per esempio il lavoro sarebbe potuto essere fatto meglio, o ci si sarebbe potuti comportare in un’altra maniera o potrebbe ritenere che quando le cose vanno male si è sempre responsabili di quello che sta accadendo.

• Visione negativa degli eventi: le persone che hanno questi pensieri sono più suscettibili a dare un’interpretazione negativa degli eventi, anche quelli che non hanno un grande valore in sé.

• Aspettative negative: non sono solo le interpretazioni del passato a essere negative, ma anche le aspettative per quanto riguarda il futuro. La visione pessimista permea tutta la quotidianità della persona che ha questo tipo di pensieri.

• Ingigantire impegni e responsabilità: le persone che pensano con questa modalità tendono ad ingigantire i problemi, gli impegni e le responsabilità, anche quelli che hanno sempre svolto regolarmente tanto da provare anche malessere fisico al pensiero di eseguire tali compiti e facendo di tutto per evitarli.

Questi pensieri negativi sono tipici della depressione, ma possono apparire anche, in forma lieve e sporadica anche quando non si tratta di depressione.

Per provare a controllare e gestire i pensieri negativi si può provare a mettere in atto le seguenti strategie:

1. Prendere nota dei pensieri della giornata su un quaderno

Il primo passo per conoscere il livello di negatività è diventare consapevoli dei pensieri. Per questo, si può provare a scrivere alcuni dei pensieri che sorgono nella mente e le emozioni vissute con ciascuno di essi durante il giorno. Non si tratta di ossessionarsi con i pensieri, ma di identificarli con calma.

2. Vivere nel presente

La maggior parte delle nostre preoccupazioni, frustrazioni e paure sono legate al dolore del passato o alle incertezze del futuro. E così dimentichiamo di vivere intensamente il presente. Vivere nel qui ed ora è un’ottima strategia per ridurre la negatività. I pensieri negativi raramente hanno qualcosa a che fare con ciò che sta realmente accadendo nel presente.

3. Cambiare un pensiero negativo con uno positivo

Quando ci si rende conto che un pensiero negativo sta attraversando la mente, si può provare a sostituirlo con un pensiero positivo: “È troppo difficile” può diventare “È una sfida”, “Ho fatto male” può diventare “Ho fatto del mio meglio”.

4. Praticare la meditazione consapevole

La meditazione Mindfulness è una pratica di allenamento mentale che aiuta a rallentare i pensieri, a lasciar andare la negatività e a calmare la mente e il corpo. Le tecniche di consapevolezza possono variare, ma in generale implicano la concentrazione sul respiro per diventare maggiormente consapevoli.

5. Disintossicazione dal digitale

Secondo uno studio di Hootsuit e We Are Social, trascorriamo online 6 ore e 42 minuti al giorno, il che si traduce in un totale di 100 giorni all’anno trascorsi a navigare su Internet. Ma l’iperconnessione digitale ha molte conseguenze negative, tra cui:

• livelli di stress più alti;

• insonnia;

• problemi nelle relazioni sociali reali;

• deficit dell’attenzione;

• cattiva gestione del tempo.

Fare una disintossicazione digitale ha molti vantaggi, tra cui una maggior protezione della privacy, migliorare la qualità delle relazioni personali, aumentare il senso della realtà, aumentare i livelli di cura di se stessi, ecc.

6. Riordinare la casa

È impossibile pensare chiaramente in un ambiente disordinato e sporco. D’altra parte, la scienza mostra che vivere in un ambiente ordinato migliora il tono dell’umore e il benessere generale.

7. Dedica parte del tuo tempo ad attività piacevoli

La vita non è sempre facile e per gestirla al meglio abbiamo bisogno di momenti felici. Qualche idea? Uscire con i gli amici, cucinare qualcosa di diverso, andare in spiaggia o in montagna, fare un bagno rilassante, leggere un buon libro, divertirsi con il partner o addirittura non fare nulla! Concedersi dei piccoli piaceri aiuta a tenere lontani i pensieri negativi e attiva la creatività.

Quindi, per riuscire a eliminare i pensieri negativi è importante capire quali sono le cause che ne sono alla base. È inoltre importante sottolineare che i pensieri negativi non durano per sempre, sia perché sono legati al periodo che si sta vivendo, sia perché siamo noi che gli diamo la possibilità (o meno) di crescere e di riempire la nostra mente.

È bene anche ricordare che se il malessere fosse troppo doloroso da affrontare, è sempre consigliabile rivolgersi a uno specialista. I pensieri negativi infatti possono compromettere il benessere e a lungo andare la salute mentale con conseguenze quali senso di colpa, overthinking, sintomatologie legate all’ansia e alla depressione, disturbi del sonno, inappetenza e mal di testa.

La fame emotiva o fame nervosa

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa –

Si chiama fame emotiva o “nervosa” perché il bisogno di mangiare non viene dal corpo, ma dalla mente. Quando viviamo una situazione di ansia o stress, la nostra mente ha bisogno di qualcosa per calmare quel sentimento negativo. Il nostro cervello ci avverte dicendoci che siamo affamati ma, in realtà, fisicamente non abbiamo bisogno di mangiare.

La fame emotiva è questo: un bisogno fisico che non è reale e che deve essere controllato perché, insieme alle emozioni provate in quel momento (stress, tensione, ansia) si genera una perdita di auto-controllo che può rendere tale comportamento problematico.

La fame emotiva può essere causata dalla errata interpretazione delle emozioni che percepiamo oppure da problemi nel controllare le suddette emozioni.

Proprio per questo, l’associazione del cibo con lo stato di calma a seguito del disagio emotivo può complicare il problema: usiamo il cibo per stare meglio, anche se in realtà non abbiamo davvero fame. Questo stato di calma e benessere dura però pochi minuti: poco dopo aver mangiato non notiamo miglioramenti, ma sentiamo rimpianti e sensi di colpa, che causano più disagio. E torniamo al cibo di nuovo e così via. Non ci si sente mai realmente calmi perché emotivamente non possiamo calmare il sentimento negativo che stiamo vivendo.

I principali sintomi della fame nervosa riguardano sia la maniera in cui questa fame si presenta, sia le sensazione che proviamo. In particolare:

1. Attacchi di fame. La fame fisica si presenta in maniera graduale, mentre quella nervosa si presenta in maniera improvvisa con un classico attacco di fame. Una sorta di impulso compulsivo e irrefrenabile che deve essere soddisfatto immediatamente.

2. Bisogno di grassi e zuccheri. La fame nervosa si presenta con la richiesta di cibi ricchi di grassi e zuccheri, quelli che vengono chiamati “comfort foods”, mentre la fam fisica può essere soddisfatta attraverso ogni cibo.

3. Sensazioni pre e post abbuffata. La fame fisica si presenta senza nessuna sensazione in particolare, ma solo con il bisogno biologico di essere soddisfatta. La fame nervosa invece è accompagnata da sensazioni legate alla tristezza, ansia, stress e da sensazioni legate al senso di colpa dopo avere mangiato.

Ci sono alcune piccole strategie che possiamo provare a mettere in atto quando le fame emotiva prende in sopravvento:

1. Identificare le emozioni: bisogna essere in grado di sentire veramente le emozioni e accettarle. Per esempio, chiediti cosa provi veramente in quel momento e, per esempio, scriverlo su un foglio aiuta a liberarsene.

2. Regolare le emozioni: bisogna cercare di abbassare l’intensità delle emozioni, di modo che siano tollerabili. Per esempio, fare qualcosa di pratico in modo da sentirsi meglio.

3. Praticare la meditazione consapevole: bisogna accettare pensieri, emozioni e sentimenti, osservarli e non cercare di cambiarli, cercando soprattutto di non giudicare quello che si prova.

4. Cercare di non sentirsi in colpa: sentirsi in colpa, impedisce di tranquillizzarsi . Ad esempio, provare a rivolgersi a se stessi con autocompassione.

5. Eseguire un rituale: un rituale deve essere un movimento o un gesto semplice che permetta di spostare l’attenzione dal cibo.

Per combattere la fame nervosa è importante cercare di frenare l’impulso quando si presenta, cercare di resistere, utilizzando metodi alternativi per ridurre lo stress o migliorando le nostre abitudini alimentari.

Le prime strategie per la fame nervosa riguardano il fatto di trovare vie alternative per scaricare la tensione. Per esempio la scrittura o altre attività artistiche, l’attività fisica, la meditazione, uscire di casa o dedicarsi a un lavoro manuale, sono tutte attività che ci distraggono della fame e ci permettono sia di ridurre lo stress sia di stimolare la serotonina, l’ormone del “buonumore”.

Ovviamente oltre a questi rimedi pratici è importante capire le cause che portano a questi attacchi di fame per poter imparare a gestire meglio le emozioni. La fame nervosa può essere associata a particolari momenti della vita e non necessariamente si trasforma in qualcosa di patologico.

È importante però non lasciare che si trasformi in un abitudine proprio perché poi potrebbe trasformarsi in un sintomo di problemi più profondi. Per evitare di cadere nella trappola della fame nervosa dobbiamo ripensare la relazione con il cibo e provare a cambiare alcuni punti, come per esempio, non tenere “cibo spazzatura” o cibo pronto, non pensare al cibo come a un tappabuchi della tua giornata, ridurre la quantità in favore della qualità.

Se la fame nervosa diventa ossessiva e il cibo diventa lo sfogo principale, sarà importante seguire una terapia permetta di elaborare e gestire in maniera più funzionale le emozioni.

Che cos’è la rabbia?

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa –

La rabbia è un’emozione primitiva, che ha l’obiettivo di difenderci in una situazione che sentiamo ostile, nel rapporto con gli altri e con noi stessi. Spesso porta a reazioni incontrollabili con conseguenze a volte anche drammatiche.

La rabbia ha una funzione adattiva, cioè è strettamente legata alla sopravvivenza, in quanto ci consente di modulare la nostra risposta rispetto ai cambiamenti dell’ambiente.

È quindi importante comprendere al meglio i segnali che riceviamo dall’ambiente esterno per codificarli in una risposta adeguata ed efficace.

Come si manifesta

Quando siamo travolti dalla rabbia il corpo comunica in maniera molto esplicita ciò che stiamo provando: la muscolatura si irrigidisce, i pugni si serrano, il battito cardiaco accelera, aumenta la tensione muscolare e la sudorazione.

Nella maggior parte dei casi sperimentiamo la rabbia in situazioni con persone “conosciute”: il partner, i genitori, il capo, i colleghi. In generale con tutte quelle persone verso le quali c’è un investimento emotivo e con le quali siamo in relazione.

Come gestire la rabbia

– Prendere una pausa, allontanandosi dalla situazione o dalla persona che ha acceso la rabbia. Questo consentirà di ridurre il livello di stress e di dare una migliore lettura delle emozioni.

– Comunicare in maniera assertiva: fare valere le proprie ragioni ascoltando quelle dell’interlocutore, accogliendo un parere diverso.

– Utilizzare il problem solving: non bisogna focalizzarsi sul problema ma cercare soluzioni alternative.

– Fare esercizio fisico: un po’ di movimento permetterà di scaricare la tensione, può essere sufficiente una breve passeggiata.

– Praticare le tecniche di rilassamento: la mindfulness, la meditazione, sono soluzioni che consentono di gestire meglio le emozioni intense.

Quando invece ci troviamo ad affrontare una persona in preda alla rabbia, dovremmo:

Sai come riconoscere lo stress?

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa –

Lo stress è la risposta psicofisica ad una quantità di compiti emotivi, cognitivi o sociali percepiti dalla persona come eccessivi. Lo stress eccessivo può facilmente portare numerosi disturbi da stress.

A quali sintomi dobbiamo prestare particolare attenzione?

I sintomi da stress possono essere suddivisi in quattro categorie.

1. Sintomi fisici

2. Sintomi comportamentali

3. Sintomi emozionali

4. Sintomi cognitivi

Dopo aver individuato gli eventuali sintomi correlati allo stress, possiamo mettere in atto una serie di comportamenti protettivi, allo scopo di arginare e ridurre tali manifestazioni sintomatiche. Un livello elevato di stress si può ridurre grazie alle tecniche di rilassamento e meditazione mindfulness ma soprattutto alla psicoterapia di tipo cognitivo comportamentale. Le tecniche di rilassamento mirano a controllare e gestire le risposte fisiologiche, imparando a controllare queste reazioni. La psicoterapia cognitivo comportamentale consente di imparare i metodi di gestione dell’ansia e di modificare i comportamenti disfunzionali. Tale approccio si focalizza sul “qui ed ora” per valutare e imparare a gestire lo stress. Ciò implica che la cura dello stress passa attraverso l’esame dei punti di forza e di debolezza del soggetto.

Inizialmente si individuano gli schemi e i pensieri ricorrenti che mantengono il quadro sintomatologico tipico dello stress. Successivamente si punta a correggere ed all’arricchire questi schemi e pensieri, al fine di integrarli con pensieri più funzionali per il benessere del soggetto. L’approccio cognitivo comportamentale, inoltre, aiuta l’individuo nell’apprendere nuove modalità di gestione emotiva e comportamentale delle situazioni stressogene.

Famiglia

a cura del dott. Walter Bona – psicologo e psicoterapeuta familiare –

Famiglia; un concetto che questa tremenda pandemia ci ha fatto vivere in maniera sicuramente diversa. Per alcuni marcata, per altri ritrovata ,per altri ancora una sorpresa. Ma non voglio approfondire questo aspetto, voglio invece aprire un nuovo canale ,se mi permettete il gioco di parole, ossia, come è cambiata la comunicazione all’ interno della famiglia ? In una famiglia, anzi in un sistema familiare, volendo riprendere la mia specializzazione post universitaria, vengono a contatto tre livelli generazionali. Ci sono i nonni, i genitori e i figli. Perché ho usato il termine sistema? Perché il gruppo famiglia ,senza scendere in lunghi dettagli, agisce come un sistema. Un sistema dove l iniziativa del singolo, di qualsiasi membro della famiglia, interviene su tutta la dinamica relazionale della vita famigliare. Dopo questa doverosa specificazione, visto che spero condivideremo diverse pagine per rispondere a tutte le vostre richieste, parliamo un poco della comunicazione. <<Dottore, non capisco, non riesco a capire che cosa ha mio figlio? Gli parlo ma non mi ascolta, vive nel suo mondo>> oppure <<mio padre non capisce, sa solo urlare>> Queste sono due delle tante frasi che ricorrono spesso nei colloqui. Ma cosa ci vogliono indicare queste esclamazioni? Sono frasi che chiedono aiuto, sono parole che descrivono delle dinamiche relazionali che chiedono di essere riviste. La comunicazione , specialmente in questo periodo, è stata viziata dal forte trauma che stiamo vivendo e dalla malinformazione che, oltre a nutrire le nostre paure, ha fatto sì che ognuno di noi cercasse rifugio nel “proprio mondo”. Ognuno con il proprio, condivisibile o meno ma che per il soggetto in questo momento, e perché no, nella sua vita ha un peso: un esempio i social per i nostri figli (e non solo) .Un mondo già presente e che con il lockdown si è vestito di fascino. È un discorso lungo e complesso che concludo con il far presente una domanda; prima dell’arrivo della pandemia come era la comunicazione all’interno della vostra famiglia? Bisogna guardare con occhio critico ciò che avviene all’interno del nostro sistema familiare, sapendo anche, che ciò che non viene detto ( per diversi motivi) spesso è più importante di ciò che viene detto…o urlato.

Come nasce il timore del giudizio altrui?

a cura della dott.ssa Elena Ercolani – psicologa –

Già il filosofo greco Aristotele affermò che l’uomo è un animale sociale, ovvero tende per sua natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. Le motivazioni di questa “spinta” sociale sono da ricercarsi nel nostro processo evolutivo.

Secondo la psicologia evoluzionista, le nostre emozioni sono le risposte che il nostro cervello ha imparato ed elaborato nel corso del tempo per adattarsi all’ambiente circostante. Già tra gli uomini delle caverne, chi viveva in un gruppo aveva una probabilità di sopravvivenza molto più elevata rispetto ai “lupi solitari”. In questo contesto chi era “giudicato negativamente” rischiava l’esclusione dal gruppo e questo poteva tradursi probabilmente nella morte.

I nostri antenati cavernicoli erano pertanto terrorizzati all’idea di essere giudicati male dagli altri membri del gruppo.

Questo paura di esporci, di essere giudicati e apparire diversi, di non essere accettati, è rimasta quindi in tutti noi. Ma quando tale paura diventa eccessiva e disfunzionale, dobbiamo imparare a liberarcene.

Anche oggi sentirci accettati rimane un bisogno per noi essenziale, tuttavia continuare a temere il giudizio degli altri può essere molto più limitante dell’accettare le conseguenze di non essere accettati.

Un passaggio importante benché all’apparenza “semplice” per liberarci dal giudizio altrui e ricordarsi che spesso proiettiamo sulle altre persone, ciò che sta accadendo nella nostra mente. Infatti, la maggior parte delle persone presta ben poca attenzione a ciò che indossiamo o come ci comportiamo perché troppo presa a farsi le nostre stesse preoccupazioni sul giudizio degli altri.

Quindi, temere il giudizio degli altri significa in realtà temere il proprio giudizio.

Una delle ragioni che può sottendere al timore che gli altri ci giudichino, potrebbe essere uno standard e un perfezionismo elevato.

Per evitare che questo timore ci condizioni troppo dovremmo cercare di:

1. Smetterla di cercare di piacere a tutti: per quanto possiamo sforzarci e fare fare tutto nel modo giusto, ci sarà sempre qualcuno a cui non piaceremo.

2. Smetterla di interpretare un ruolo: dobbiamo cercare di sentirci liberi nelle nostre scelte senza dover seguire un copione o un ruolo, solo per timore che ci reputino “diversi”. Spesso sono proprio le nostre peculiarità ciò che gli altri ammirano di noi.

3. Alimentare la propria autostima e la propria autoefficacia, ovvero la capacità di sentirsi abili nel dominare specifiche situazioni o attività.

Pisantrofobia: la paura di fidarsi degli altri

A cura della dott.ssa Elena Ercolani – Psicologa e Psicoterapeuta –

Talvolta, dopo un tradimento da parte di un amico, del partner o di un familiare molte persone riferiscono di avere grosse difficoltà nell’avere fiducia degli altri per paura che chiunque possa ferirle o deluderle. Quando questa paura si trasforma in una limitazione nei contatti sociali, con episodi frequenti di evitamento di attività quotidiane, si parla di vera e propria fobia, denominata “pisantrofobia”. Chi soffre di pisantrofobia è inserito in un circolo vizioso, in cui vive con ansia anticipatoria i rapporti sociali, perché teme che ogni persona che le si avvicina voglia ingannarla o farle del male. Per questo vive ogni rapporto con distanza e in maniera superficiale, non riuscendo di conseguenza ad instaurare veri e propri rapporti di amicizia. Il primo passo da fare nel caso di una fobia dei rapporti sociali è quello di analizzare in maniera consapevole (e magari con l‘aiuto di un professionista) il rapporto interpersonale da cui è partita la paura, prendendosi il tempo per soffrire del tradimento. Solo successivamente si potrà mettersi in gioco e provare a fidarsi nuovamente degli altri La causa principale della pisantrofobia sembra essere la mancanza di fiducia e di autostima in se stessi che causa poi successivamente la diffidenza nei confronti degli altri.